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Lavorare in banca

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Sul supplemento de Il Sole 24 Ore, Plus24, compare, nel numero di ieri, una lunga lettera di un bancario, in risposta ad un collega che, in data 6 giugno, andava lamentandosi, appunto, del lavoro bancario.
La lettera è meritevole di approfondimento per ciò che io chiamo “il problema antropologico” del lavoro bancario, ovvero, il sapere perché si fa quello che si fa, quale è la motivazione, la molla, il significato. Ma lo è, soprattutto, perché rimette al centro della questione il problema dell’educazione finanziaria, ovvero il tema con il quale questo blog decise di inaugurare le sue riflessioni, un anno fa.
È evidente dalla lettura delle due lettere, ma anche e soprattutto dalla pratica quotidiana e dal contatto con chi in banca lavora, soprattutto nell’area credito, che il problema dell’educazione finanziaria, ovvero della consapevolezza delle scelte che fanno i clienti in questa materia –le imprese chiedendo prestiti, i risparmiatori chiedendo prodotti adeguati a tutelare i propri investimenti-, non può essere separato dalla concezione del fare banca che sta alla base dell’operare degli azionisti e dei manager.
Se il fine di tutto quanto è la famosa (famigerata?) creazione di valore per l’azionista, il compito di chi in banca lavora non può che essere quello di vendere. E forse sarebbe il caso di piantarla con i moralismi a buon mercato di tutti quelli, e sono tanti, che si scandalizzano per la ricerca di profitto delle banche e pensano che, al contrario, chi produce la Nutella o le lavatrici Candy lo faccia per beneficenza: dubito che i lavoratori di queste due aziende prestigiose siano invitati a non spingere sul pedale dell’acceleratore del fatturato o a non promuovere le vendite dei propri prodotti.
A pensarci bene, ci sono due aspetti perlopiù trascurati:
1. la già citata questione dell’educazione finanziaria, ovvero, quando andiamo a comprare un’auto nuova o un nuovo modello di cellulare ci informiamo e perdiamo un sacco di tempo, quando andiamo in banca diciamo all’impiegato di “fare lui”, se siamo risparmiatori, ci limitiamo a chiedere denari, se siamo imprenditori, al minor prezzo possibile, con la minore informazione possibile;
2. il senso, il significato del proprio lavoro.
La prima questione coinvolge tutti, ma per primi i clienti delle banche: scelte più consapevoli –e, lo abbiamo già ricordato, anche le banche si scelgono- costringeranno il lavoro bancario a fare i conti con un mercato evoluto, diverso, meno manipolabile. Risparmiatori più attenti, che si chiedano gli obiettivi dell’investimento e non siano, invece, preda del corto circuito “vogliounprodottosicuroliquidissimoemoltoredditizio”: e imprenditori che, finalmente, comprendano che la questione finanziaria delle imprese non è la copertura del fabbisogno, ma la sostenibilità delle scelte di gestione e del debito relativamente ad esse contratto.
La seconda questione, che richiederebbe molto più spazio di quello di un blog, non dipende, in finale, dal tipo di lavoro che si fa, che spesso non si può scegliere: dipende dal fatto che, in ogni circostanza, il protagonista è, personalmente, ognuno di noi.

Di johnmaynard

Associate professor of economics of financial intermediaries and stock exchange markets in Urbino University, Faculty of Economics
twitter@profBerti

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