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MIFID: il fallimento (delle regole)

Plus24 del 1 agosto titola in prima pagina “Fallimento Mifid. La direttiva europea che doveva garantire i diritti degli investitori e snellire gli adempimenti delle imprese ha aumentato la burocrazia con scarsi benefici reali”.
Andando avanti nella lettura si scoprono altre perle, quali, per esempio, che “solo il 10% delle famiglie italiane riceve servizi di consulenza come definiti dalla direttiva Mifid”. Ma non è questo il punto.
Quando questo blog è iniziato, nell’estate del 2008, il primo editoriale-post aveva per tema quello della cultura finanziaria e delle regole.
A distanza di un anno lo riscriverei uguale, lo rispiegherei (ai miei studenti, universitari e non) nello stesso modo, direi le stesse, medesime cose. La crisi mondiale ha acuito il bisogno di regole, certamente spesso assenti o male applicate: ma ha soprattutto incentivato la richiesta di regole come “sistema” per evitare di pensare, di scegliere, di assumersi responsabilità.
Così, pur tutelati dalla Mifid (sotto l’ombrello della Mifid si sta un po’ come a fare la doccia in tuta da sub) nessuno ha criteri, domande da fare, risposte da ricevere. D’altra parte, nessuna risposta è più assurda di quella ad una domanda che non si pone.
Nessuna Mifid, regola, legge, nessun sig.Di Pietro con la sua ossessione compulsiva e sfibrante per le regole, possono far crescere la cultura finanziaria dei risparmiatori, aiutarli a farsi le domande giuste, chiedersi perchè risparmiano, con quali obiettivi, chiedendosi qual’è la loro combinazione rischio-rendimento, la loro propensione al rischio, la differenza fra reddito e capitale.
Abbiamo risparmiatori ignoranti, nel senso latino (talvolta anche nel senso romagnolo della parola: per chi necessitasse di spiegazioni, in separata sede) però abbiamo le regole. Che non servono a dare indicazioni su come risparmiare, sul perchè farlo, regolando gli strumenti finanziari rispetto agli obiettivi da conseguire. Perchè la sicurezza di un investimento non può essere l’unico criterio: ed anche le Banche locali, le beneamate Banche di credito cooperativo, non possono limitarsi ad offrire le loro obbligazioni, sicure e garantite, come se tutti la clientela fosse una massa anonima ed indistinta di automobilisti che, fiat voluntas Ford, comprano solo macchine nere.
Occorre lavorare sulla cultura finanziaria, non appena sulla tecnica, che pure ne è parte indispensabile: e se occorre farlo a partire dalle università, non si può dimenticare che la questione dovrebbe essere ripensata anche nei programmi delle scuole medie e superiori.
Ne riparleremo: constatare il fallimento delle regole, sia perchè troppo larghe, come nel caso della crisi che stiamo attraversando, sia perchè troppo strette, non è comunque una buona ragione per rallegrarsi.