Banche chiuse: per ferie?

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Alessandro Plateroti, in un bell’articolo sul Sole 24 Ore del 4 agosto, commentando l’intesa raggiunta fra Abi ed imprese, auspica che la banca “non chiuda per ferie”. L’articolo richiama l’importanza di relazioni di clientela più serie, solide e trasparenti, “senza le solite lamentele”, ed è raro nel nostro Paese, dove la cultura della main bank, della banca di riferimento, è tuttora assente, con la lodevole ma limitata eccezione delle banche di credito cooperativo.
Insomma, le banche facciano, a questo punto, la loro parte, non chiudano, appunto, per ferie. Ed è un invito senz’altro condivisibile, così come lo è quello, invero assai raro nel panorama italiano, che spinge per l’adozione di un “(…) codice di comportamento nelle relazioni creditizie, (senza ledere) il principio della libera concorrenza ma si incentiverebbe una migliore civiltà creditizia.”
Civiltà creditizia mi piace, è un’espressione che ricorda in modo forte non appena modi di fare garbati ed urbani, ma una concezione dei rapporti banca-impresa, una cultura, una visione delle cose che poi si dota di strumenti per realizzarli.
L’articolo del quotidiano confindustriale procede poi individuando nell’accordo non una “panacea” ma una modalità per dare ossigeno al sistema produttivo, che necessita, soprattutto le Pmi, di risorse per finanziare capitale fisso e capitale circolante. Soprattutto il circolante.
Difficile non essere d’accordo: il circolante netto operativo rappresenta circa il 75% del capitale investito delle Pmi italiane, se non “circola” ovvero non si riforma in continuazione perchè i clienti pagano i loro debiti e le imprese, con gli incassi fanno nuovi acquisti riformando le scorte e pagando i fornitori, si blocca la quasi totalità della gestione finanziaria e dunque anche operativa d’impresa.
Speriamo, pertanto, che le banche facciano la loro parte. Le notizie sul fronte delle trimestrali inducono, con espressione consunta, ad un “cauto ottimismo”. Ciò di cui mi permetto di dubitare, con lo scetticismo che l’esperienza di questi anni ha alimentato, è che l’auspicata nuova “civiltà finanziaria” coinvolga, finalmente, anche le imprese, consapevoli di natura, qualità e durata del loro fabbisogno finanziario ma, soprattutto, che il problema delle loro scelte non è la copertura, ma la sostenibilità. La questione torna prepotentemente di attualità proprio ora, perchè i mesi scorsi sono stati impiegati, molto spesso, in lamentele, così come lo erano stati gli anni precedenti: le banche chiudono l’ombrello quando piove etc etc…
Dunque non si è fatto nulla per costruire una cultura diversa del rapporto banca-impresa: il che rappresenta, oggettivamente, un’ipoteca pesante per lo sviluppo delle relazioni di clientela del dopo-crisi. Ma non si possono fare sconti “culturali” alle imprese, anche a costo di risultare antipatici e saccenti occorre ricordare che il problema del fabbisogno finanziario e della sua compatibilità è, anzitutto un problema di gestione, non di copertura. Non basta trovare i denari, occorre anche saperli restituire. E l’ubriacatura della bolla immobiliare dei tempi recenti non ha aiutato a ragionare in questi termini. Lo schema “io faccio l’imprenditore, la banca deve darmi i soldi che servono, perchè questo è il suo mestiere” è diventato obsoleto. Il lavoro da fare, al riguardo, è imponente e concerne anzitutto gli strumenti della formazione e della cultura d’impresa, soprattutto nelle Pmi. L’esperienza dalla Scuola d’impresa della CdO, ma anche di tante iniziative di banche locali, in molte zone d’Italia fa sperare che, a partire da questa consapevolezza, l’agognato sviluppo dein prossimi anni possa essere solido e duraturo.

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