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Superbonus again

Leonid Breznev
Leonid Breznev

L’argomento è quanto mai d’attualità, visto che dopo l’intervista di fuoco del Cancelliere dello Scacchiere, di cui abbiamo parlato ieri, oggi è il tema resta sotto i riflettori per lo “scippo” da parte di Barclay’s di alcuni -evidentemente molto bravi nel loro settore di specializzazione- managers di J.P.Morgan. I commentatori auspicano così che la City, appunto, si dia una regolata, sperimentando un po’ di austerity.

Nulla da eccepire sull’immoralità di certi stipendi, la cui elargizione non è, peraltro, mai stata prerogativa del solo settore finanziario: basti ricordare gli sprechi dei grandi managers delle case automobilistiche di Detroit finiti sotto accusa per la loro mala gestio. Ma se deve essere lo Stato a fissare stipendi e retribuzioni, il panorama che a me viene in mente, e di cui non sentivamo la mancanza, è URSS di Leonid Breznev.

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Analisi finanziaria e di bilancio Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Liquidità Mariella Burani

Mariella Burani Fashion Group: cronaca di una crisi annunciata. Ultima (?) parte.

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COMUNICATO STAMPA
MARIELLA BURANI FASHION GROUP
Cavriago, 13 Agosto 2009

Su richiesta delle Autorità di Mercato, a seguito dell’andamento a rialzo del titolo Mariella Burani Fashion Group (MBFG) registrato negli ultimi giorni, la Società comunica che non è a conoscenza di alcun fatto che possa giustificare tale andamento.
La Società tuttavia ritiene che una delle ragioni di tale andamento possa essere la richiesta di aumento di capitale fino a 100 mln di Euro in 5 anni deliberato dal Consiglio di Amministrazione di MBFG nella riunione del 6 agosto scorso e annunciata in pari data.

COMUNICATO STAMPA
MARIELLA BURANI FASHION GROUP (MBFG)

Cavriago (RE), 6 agosto 2009
Convocazione dell’assemblea straordinaria di Mariella Burani Fashion Group S.p.A. allo scopo di conferire al Consiglio di Amministrazione la delega ad aumentare il capitale sociale fino ad un massimo di Euro 100 milioni entro i prossimi 5 anni.
***
Nell’ambito del progetto di riorganizzazione finanziaria avviato da Mariella Burani Fashion Group S.p.A. e da alcune società dalla stessa controllate, al fine di riscadenziare a medio-lungo termine le proprie esposizioni debitorie, il Consiglio di Amministrazione di Mariella Burani Fashion Group S.p.A., riunitosi in data odierna, ha deliberato, nell’ottica di un rafforzamento della struttura patrimoniale e finanziaria della società e di una più agevole e conveniente ridefinizione del perimetro del Gruppo, di convocare l’Assemblea Ordinaria e Straordinaria di Mariella Burani Fashion Group S.p.A. affinché quest’ultima deliberi in merito all’attribuzione al Consiglio di Amministrazione, ai sensi dell’art. 2443 del Codice Civile, della facoltà di aumentare a pagamento e in via scindibile, in una o più volte, il capitale sociale, entro il periodo di 5 anni dalla data della presente deliberazione, per un importo massimo, comprensivo di eventuale sovrapprezzo, di Euro 100 milioni, mediante emissione di azioni ordinarie e/o privilegiate, anche a servizio dell’emissione di obbligazioni convertibili o di warrant, aventi le caratteristiche di volta in volta determinate dal consiglio di amministrazione (..).

Fin qui gli ultimi due comunicati stampa del Gruppo di Cavriago, con i quali, per il momento, concludiamo la nostra analisi sulla controversa performance di un’azienda sulla quale, riteniamo correttamente, si dovrebbero accendere molti più riflettori di quanto non sia stato fatto finora.

Nella seziona Analisi e Commenti è contenuta l’ultima, per ora, puntata, del lavoro svolto. Ad essa rimandiamo il lettore per un giudizio più puntuale, pur non tralasciando di sottolineare che: l’equilibrio economico era progressivamente venuto meno, difettando sia nel 2006, sia nei due anni successivi, soprattutto nel 2008, nonostante le affermazioni contrarie della Società; l’equilibrio finanziario, nonostante un autofinanziamento positivo cumulato di poco inferiore ai 60 milioni di euro, è sempre mancato, dal momento che, nonostante corposi disinvestimenti (e l’irrilevanza sul risultato di cassa delle svalutazioni effettuate) il fabbisogno finanziario è cresciuto, nel periodo, di oltre il triplo (180 milioni di euro). Viene in mente il paradosso del piè veloce Achille e della tartaruga, ma a parti invertite, l’eroe omerico essendo il debito e la tartaruga essendo la liquidità generata dalla gestione: l’uno, il debito, irraggiungibile dall’altra, la liquidità.

I debiti finanziari lordi, infatti, assommano ad oltre 510 milioni di euro, pari ormai all’80% delle vendite effettive nette: in tale contesto è necessario chiedersi se l’aumento di capitale ipotizzato non rappresenti poco più che un pannicello caldo, anche alla luce del fatto che il debito, ammesso il riscadenzamento, va comunque ripagato con i liquidi. E la liquidità non pare proprio essere stata, mai, una connotazione caratteristica di MBFG:

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Alessandro Berti Cassa del Mezzogiorno Imprese PMI Sud

Nuovi imprenditori under 30: maneggiare con cautela.

Nuova imprenditoria?
Nuova imprenditoria?

Circa 32.000 giovani nel 2009 hanno scelto di diventare imprenditori, concentrandosi nei settori dei servizi sociali, ristoranti ed hotel. E’ quanto emerge da una ricerca della Camera di Commercio di Monza e della Brianza, ripresa da vari giornali e che va, certamente, salutata in senso positivo, anche alla luce dell’importante presenza di una regione del mezzogiorno, la Campania.
Nell’annotare che si tratta di dati riferiti esclusivamente ad aziende individuali, e che pertanto restano fuori tutte le neo-imprese costituite sotto forma societaria, è opportuno fare qualche sottolineatura.
La mortalità delle imprese neo-costituite è elevatissima nei primi tre anni di vita dell’impresa, come testimoniato da numerose ricerche empiriche e da una ricca letteratura sull’argomento, per ragioni rappresentate, in particolare da: assenza di business plan; mancanza di adeguata painificazione economico-finanziaria; impresa concepita come posto di lavoro auto-creato; sottocapitalizzazione.
Si tratta di ragioni che dovrebbero fare riflettere. Non bastano, anzitutto, i capitali: che pure sono necessari per la nascita e lo sviluppo, ma che da soli non possono rendere buona un’idea d’impresa sovente fondata sul nulla.
E’ illuminante, in proposito, l’esperienza fatta dal sottoscritto ai tempi della Legge De Vito, che agevolava l’imprenditoria giovanile nel Mezzogiorno, in specie i neo-imprenditori di età inferiore ai 29 anni.
Due episodi.
Il primo, nel corso di colloqui con giovani molisani, durante i quali tre di loro mi chiesero, letteralmente, come fare per ottenere finanziamenti al fine di aprire una gioielleria in via Montenapoleone a Milano. Non mi stupisce più, pertanto, nemmeno ora, sentirmi chiedere “Professore, mi dica un’attività molto redditizia”, oppure “Mi suggerisca un titolo liquido, redditizio, sicuro e che mi faccia guadagnare molto in poco tempo”: di solito io rispondo suggerendo di buttarsi nel ramo della tratta delle bianche o dello spaccio della cocaina oppure ancora nel commercio internazionale di armi.
Il secondo, sempre a proposito della Legge De Vito, quando andai a verificare l’effettivo compimento dei lavori di edificazione di un complesso turistico-alberghiero nella zona del Lago di Bomba, Abruzzo. Una cooperativa di giovani, bravi, onesti, puliti, simpatici (spero non siano finiti a votare per l’Italia dei Valori del questurino Di Pietro) aveva realizzato una specie di Club Med de’ noantri, in riva al lago. Carino, molto carino. Ma i motivi per recarsi in quel posto io li ho sempre riassunti così: vi siete persi; siete latitanti; volete suicidare in pace senza essere scocciati dalle telecamere di “Chi l’ha visto”; siete presi dalla passione e dovete consumarla in fretta. Ovvero, in quel posto, una vera e propria cattedrale nel deserto, non vi si recava nessuno, per mancanza di strade, di mezzi di comunicazione, di adeguato marketing, di interesse turistico reale.
Allora, forse, se è bene rallegrarsi per le tante neo-imprese, sarebbe bene anche preoccuparsi che le stesse siano messe in grado, fin dall’inizio, di giungere ad una seria valutazione del loro fabbisogno, a valutare la sostenibilità della loro idea d’impresa, a concepire il business plan non come conti da far tornare a tutti i costi, ma come la verifica di un’ipotesi. Disposti ad abbandonarla, se non dovesse funzionare. Se così non fosse, il problema della nuova-imprenditoria si ridurrebbe, ancora una volta, alla carenza di capitali: mentre è noto che le Pmi italiane vanno avanti da anni con poco capitale. Il quale serve, per carità. Ma ancora di più servono cultura e formazione, strumenti e metodi per la gestione.

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Banche Crisi finanziaria Cultura finanziaria

Stop ai superbonus anche a Londra

Pound Sterling
Giunge notizia da Londra che il Cancelliere dello scacchiere, Alistair Darling, ha annunciato una legge per limitare i bonus e gli incentivi ai manager bancari, non limitato alle sole banche nazionalizzate, ma esteso all’intero sistema.
Darling, mentre in un’intervista al Sunday Times depreca “le conseguenze disastrose della cultura del bonus”, dichiara anche di “(..) non essere contrario agli incentivi in generale” e che “va semmai ribaltata la filosofia che vi sta dietro”. Ecco, appunto, la filosofia: oppure cultura, concezione, weltanschauung, possiamo chiamarla in tanti modi. Ma di filosofia o concezione del mondo, si tratta, non di regole. E invece, al solito, questo dopo crisi sembra portarci solo nuove regole. Peraltro di dubbia efficacia, se è vero che stessa Financial Services Authority (FSA) non è riuscita ad imporre uno stile più morigerato alla City: e, soprattutto, se è vero che limitare gli incentivi ex-lege difficilmente spingerà i manager migliori verso le poltrone delle banche sotto accusa.

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Borsa Imprese OPA

Management & Capitali: cosa c’è davvero dietro la battaglia.

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Management & Capitali è stata costituita nel 2005, su impulso decisivo di Carlo De Benedetti, che intendeva coinvolgere nell’avventura anche Silvio Berlusconi, mostrando più realismo e senso pratico -business is business, as usual, e la famiglia di Arcore, a prescindere dalla vendita di Kakà, è liquidissima- del partito di Repubblica, che alzò le barricate. L’Ing. andò avanti da solo, ed eccoci ai giorni nostri.
Dal sito della società si legge:
“M&C costituita alla fine del 2005, è stata la prima società di investimenti (permanent capital investment company) ammessa alla quotazione sul segmento MTF della Borsa di Milano; ed oggi ha un capitale di 355 milioni, integralmente versato, apportato da imprenditori italiani, da banche italiane e internazionali e da primari investitori istituzionali.
M&C, ha l’obiettivo di creare valore per i propri azionisti, investendo in partecipazioni nel capitale, nel debito e/o in ogni strumento intermedio, quotato e non quotato, con piani di sviluppo con un orizzonte temporale anche di medio-lungo termine.
M&C investe in progetti di sviluppo industriale, di aggregazione, di riposizionamento strategico e di rafforzamento finanziario, apportando ove necessario risorse manageriali.
M&C è costituita da professionisti con significative esperienze di business development, M&A, private equity e di gestione di impresa.”
Dunque non stiamo parlando di manifattura, distribuzione o servizi: non c’è un brand, non c’è una rete di sportelli, nonostante che una frettolosa assimilazione di M&C ad un intermediario finanziario possa indurre in errore, non ci sono marchi, brevetti, tecnologia. Ci sono, appunto manager e capitali, per far crescere e sviluppare quello che in molti hanno definito il fondo “salvaimprese”.
Ora, come tutti sanno, su M&C sono state lanciate ben due OPA, una da Tamburi Investment Partner (TIP), l’altra da Mimose della famiglia Segre. E Carlo De Benedetti, in rotta con Tamburi, nei giorni scorsi, con due acquisti a prezzi superiori a quelli delle due OPA concorrenti, ha spiazzato e depotenziato i contendenti.
Avviene così che M&C non solo è cresciuta del 21,38% a 0,176 €, ma ha anche abbondantemente superato il valore delle offerte presentate, rispettivamente 0,122 (nell’ipotesi massima) per TIP e 0,11 per Mimose.
Perchè tutta questa battaglia? A che pro accendere la miccia di un combattimento su un fondo di private equity, come ce ne sono tanti, come continueranno ad essercene tanti, il cui valore consisterà sempre e solo nel capitale umano a disposizione e nella sua capacità di scovare continuamente buoni affari. I manager non sono come i marchi, vanno e vengono, non sono un brand, sono più o meno fungibili. E allora, perchè due OPA e un rilancio?
Forse c’è un’unica risposta, coerente con la filosofia del fondatore -governare con quote di minoranza- e con la sua, attuale, quota di capitale posseduto (intorno al 20%: la Consob ha chiesto chiarimenti e presto sapremo la suddivisione effettiva dell’azionariato). La risposta sta nella cassa: come vari osservatori hanno sottolineato, pagati i dividendi, fronteggiati gli impegni assunti in precedenza, in cassa resteranno ben 50 milioni di € (ovvero più di 0,10 € per titolo), mentre le due operazioni di mercato dell’Ingegnere sono costate solo circa 1.5 milioni di €. E questa circostanza, nel nostro capitalismo cronicamente straccione, potrebbe essere la semplice risposta.