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Il divario dei tassi: BCE versus banche italiane.

Massimo Sideri, sul Corriere economia di domenica 30 agosto, si meraviglia della distanza fra i tassi della BCE -che nell’ultima asta hanno raggiunto l’1%- e quelli applicati dalle banche italiane per comprare casa, superiori del 2,75%. Sotto al titolo occhieggia la frase “Ai massimi da sei anni i margini degli istituti sui prestiti a famiglie e piccole imprese”.
L’articolista, che ragiona a partire dalla tesi che le banche, obviously, guadagnino sempre troppo, ritiene che gli istituti di credito utilizzeranno i fondi ottenuti a tassi così bassi per fare trading nei mercati mobiliari.
E dunque, oh meraviglia! le banche pur di guadagnare facile, non darebbero denari a imprese e famiglie.
In cauda venenum, dicevano i padri latini. Nella coda dell’articolo il grande economista Patrizio Bianchi viene scomodato per dire una verità lapalissiana, ovvero  “il sistema attuale spinge le banche ad essere molto prudenti. Le banche devono basare i propri equilibri su indici che mettono in relazione i mezzi propri con gli affidavit ponderati per il rischio. Dunque esistono solo due modi per reagire: o aumentare i mezzi propri oppure diminuire gli affidamenti più rischiosi. E’ per questo che il sistema creditizio sta reagendo in maniera molto cautelativa”.

Leggendo l’articolo viene da sorridere, perchè le banche, accusate di aver fatto da booster alla crisi con la loro condotta imprudente e scellerata, sono ora diventate rispettose delle regole, il che penalizza famiglie e Pmi e, dunque, il loro comportamento non va di nuovo bene. Ma, soprattutto, viene da sorridere perchè l’articolista finge di ignorare che proprio le famiglie sono diventate prenditori rischiosissimi in relazione allo scoppio della bolla immobiliare, anche se in Italia tale circostanza è meno evidente che altrove. E, infine: ciò che l’illustre Collega definisce come indici, altri non è che l’insieme delle regole prudenziali note come Basilea 2.

Ora, forse è il caso di mettersi d’accordo: o le regole non hanno funzionato -ed è vero, ma non in tutti i campi dell’operare delle banche: Basilea 2 ha fallito nell’ambito del rischio operativo e di mercato, non in quello del rischio di credito- e quindi vanno riformate; oppure vanno applicate e non si possono accusare le banche di farlo, anche se in ritardo. La vera questione, che tocca interessi molto vasti, diffusi e “pesanti”, riguarda gli azionisti e ciò che i managers delle banche fanno per la famosa creazione di valore.

Le grandi banche italiane vedono tutte, in posizione di preminenza nell’azionariato, nei patti di sindacato o nel gruppo di controllo, Fondazioni Bancarie che hanno sempre accettato di buon grado i risultati che i loro CEO hanno portato a casa negli anni. Ed insieme ad essi soci industriali che non si sono mai posti il problema di cosa significasse fare banca, ma che, nel calcolo del ROE prospettico, chiedevano solo che crescesse il valore del numeratore (gli utili) lasciando invariato quello del denominatore (i mezzi propri). E’ proprio la carenza di mezzi propri che ha generato la diffusione del rischio sistemico in banche che operavano con una leva esagerata e fuori controllo: e sono, nuovamente, i mezzi propri, ovvero i cordoni della borsa, ciò cui si dovrebbe mettere mano nel rimettere in carreggiata le banche.

Ma si può parlare di tutto, a quanto pare, criticare, anche pesantemente, managers e CEO che mostrano di avere il cuoio al posto della pelle: ciò che invece non si può dire mai è che, in tutto questo parlare di come uscire dalla crisi, forse sarebbe opportuno rimettere al centro del dibattito la questione della capitalizzazione e, prima ancora, del ruolo delle banche nell’economia.

Di johnmaynard

Associate professor of economics of financial intermediaries and stock exchange markets in Urbino University, Faculty of Economics
twitter@profBerti

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