Basilea 2: le mistificazioni del dibattito

Basilea-ponte-sul-fiume
Il Corriere della Sera di ieri, nella pagine interne, dà voce al grido di dolore degli industriali italiani e tedeschi con il titolo “Confindustria italiana e tedesca: allentare i vincoli di Basilea 2”.
L’idea, mai del tutto sopita fin dai tempi della prima applicazione delle norme regolamentari di vigilanza prudenziale note sotto la sigla Basilea 2, è nota: Basilea 2 è pro-ciclica, allarga il credito quando le cose vanno bene e lo restringe -effetto credit crunch– quando le cose vanno male. Soprattutto, il ritornello è ben noto, Basilea 2 penalizzerebbe le Pmi, sottocapitalizzate, con bilanci perennemente in perdita, incapaci ad usare correttamente i fidi loro accordati.
Ovviamente in tutte queste affermazioni non c’è solo propaganda o lobbying, ed un fondo di verità è rintracciabile in ognuna di esse: dovendo scegliere chi tenere in cima alla torre e chi buttare, terrei sicuramente quella che si riferisce alla pro-ciclicità, perlomeno in linea teorica.
Però: c’è un però grosso come un macigno e che riguarda il trattamento sostanziale, e non solo formale, riservato alle Pmi.
Senza dilungarci troppo in questa sede, le Pmi sono “salvate”, perlomeno formalmente, dai rigidi vincoli di Basilea 2 dall’applicazione del cosiddetto criterio dell’esposizione retail, riservata alle Pmi con ammontari di affidamento inferiori a determinati limiti quantitativi. Il criterio retail è sempre stato formalmente in vigore, ma non è mai stato applicato: ovvero, le grandi banche hanno sempre sostenuto che avrebbero applicato tale criterio più favorevole alle Pmi, senza farlo effettivamente. Prova ne sia l’imponente migrazione di affidamenti erogati alle Pmi dalle Bcc, che non applicano le regole di Basilea 2.

Il problema, allora, è altrove. E risiede in una concezione del rapporto banca-impresa che ha sempre visto la gran parte del sistema bancario attestarsi su posizioni note come “prassi del fido multiplo” o multibanking e le imprese chiedere più affidamenti del lecito, al fine di ottenere fidi da molte banche ed evitare il razionamento.

In questa chiave di lettura, appare evidente che ciò che manca in Italia, essendo presente esclusivamente nei territori dove operano le banche locali, le banche di credito cooperativo o banche di prossimità, è una relazione di clientela impostata nell’alveo della tradizione anglosassone della main bank, della banca di riferimento. Basterebbe, al riguardo, rileggere alcuni passi, invero agghiaccianti, dei manuali di istruzioni per l’uso di Basilea 2 rilasciati da una delle due principali banche italiane ai propri gestori per affermare, senza tema di smentita, che il noto detto per cui le banche affidano coloro che non ne hanno bisogno è non solo vero, ma verissimo.

Il problema non è allentare i vincoli, che sono giusti e che, ove non fossero rispettati e basati su un serio rispetto dei criteri che presiedono alla gestione del rischio di credito -ovvero una valutazione professionale ed attenta, anche in prospettiva, del merito di credito- porterebbero a seri problemi di gestione banche che, tuttora, non sono ancora “guarite” dai postumi della crisi.

Il problema è instaurare, senza paura di confrontarsi, un serio confronto fra sistema imprenditoriale e sistema bancario, che metta il primo in condizioni di scegliere le banche con le quali lavorare, il secondo in condizione di scrutinare correttamente, come avrebbe detto Keynes, il merito di credito. Non servono banche più lassiste, ma banche più serie, impegnate in una relazione di medio-lungo termine: con imprese altrettanto serie.

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