Burani & C: la bolla dei marchi.

Logo BuraniFabio Pavesi, sul supplemento Plus24 del Sole 24 Ore di ieri, sabato 5 settembre, sostiene che il settore della moda sarà quello destinato a pagare, molto più delle banche, “la più grande abbuffata della Storia di debito facile ed è quello della moda”.

Dopo aver ricordato il crack IT Holding, l’articolista rammenta le difficoltà del gruppo Burani, nonchè di Valentino Fashion Group (un po’ di fantasia nelle denominazioni sociali no?), sostenendo, e qui viene il bello, che “(..) quella massa enorme di perdite non deriva dal calo del mercato o dalla gestione industriale, ma è tutta finanziaria. Quel buco è il frutto delle svalutazioni dei marchi e degli avviamenti, oltre che del peso degli interessi sul debito.”

La tesi, così enunciata, non solo è bizzarra, ma è errata nel contenuto, ragionieristico e gestionale. Le svalutazioni e gli ammortamenti degli asset, sia pure immateriali -e Dio solo sa quanto fossero eccessivi nel bilancio Burani, vedi le analisi pubblicate su questo blog- non fanno parte della gestione finanziaria, ma della gestione industriale, e a pieno titolo. Le partecipazioni in aziende del settore, l’acquisizione di marchi e di licenze per altre griffes del settore della moda ad altro non dovrebbero servire che a crescere, incrementare le opportunità di business, espandere l’operatività sui mercati. Dunque il problema non è finanziario, ma industriale e gestionale, è il problema di una crescita non sostenibile a partire da margini non proprio elevatissimi e da una grande massa di debito.

Come sottolinea giustamente Pavesi nel suo articolo, la crisi ha evidenziato i problemi di acquisizioni fatte a prezzi troppo cari e tutte a debito, gonfiando il valore degli asset acquisiti al fine di ottenere più credito di quanto fosse lecito. Ma la non sostenibilità del debito non è mai soltanto un problema finanziario, è un problema industriale, di Mol e di autofinanziamento. Se si trattasse di un problema finanziario, il consolidamento dei debiti risolverebbe tutti i guai, cosa che raramente accade.

Infine. Pavesi consiglia gli investitori di guardare i bilanci (sic!) e “(..) se il peso dei valori intangibili (tra cui i marchi) supera di gran lunga il patrimonio della società, meglio drizzare le antenne e diffidare”. Ma come? Gli intangibles? Dopo che per anni sono state fatte tesi, scritti libri, organizzati convegni, sotto l’egida bocconiana -prof.Guatri docet- della creazione e della comunicazione del valore, dopo che ci è rammaricati che le banche non tenessero adeguatamente in conto il valore, appunto, degli intangibles nel valutare il merito di credito, adesso arriva il pentimento?

Non è mai troppo tardi, certo: parlando da cattolico, il perdono non si nega a nessuno, neppure in punto di morte. Ed i peccati dei bilanci, in finale, non sono così criminali. Ma talvolta un po’ di pudore consiglierebbe di tacere, soprattutto a giornali che, si capisce, devono barcamenarsi anche con le esigenze degli inserzionisti -e la moda è un grande inserzionista-. A tutti gli altri può fare piacere ricordare la canzone di Guccini, Eskimo, quando, con malcelata soddisfazione ed un po’ di amarezza, rinfaccia alla vecchia fidanzata “tu adesso giri con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa”.

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