La spia che manca

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In un articolo sul Corriere di oggi Massimo Sideri individua le 5 spie del rinnovato ritorno della fiducia sullo scenario dell’economia mondiale. In particolare si segnala il rialzo del comparto energetico, la riduzione della CIG, il rally dei listini, la revisione al rialzo delle stime dell’OCSE e, da ultimo, la ripresa dello sviluppo cinese.
Purtroppo l’articolista non può annotare un sesto indicatore, una spia che, invece, vorremmo poter dire che ha scordato o trascurato: e che, al contrario, è la grande assente nel ritrovo, tutto keynesiano, degli indicatori di fiducia.
La spia mancante è quella che riguarda gli impieghi bancari: non solo non ci sono segnali di riduzione del credit crunch, ma i primi otto mesi del 2009 hanno visto, oltre al danno della frenata, le beffe degli impieghi speculativi e del trading, effettuato con fondi praticamente regalati dalla BCE.

A marzo, partecipando alla conferenza organizzativa sul credito della Confcommercio nazionale, ho avuto modo di approfondire alcune tematiche, a me molto care, del rapporto banca-impresa. In particolare, già dai dati di dicembre della Centrale dei Rischi, risultava un rallentamento della crescita degli impieghi, una riduzione vera e propria nella classe di affidamenti più bassa (quella che approssima maggiormente la dimensione delle piccole e delle micro-imprese) e, in tutte le classi, una crescita dell’utilizzato sull’accordato operativo. In sostanza, meno credito a tutti, ma ancor meno alle Pmi: e, ancora, la tendenza non solo non si è fermata, ma è proseguita nei mesi successivi. Così come è proseguita la tendenza alla riduzione del numero medio delle banche affidanti per singolo soggetto affidato.

L’impressione che si ha, guardando il comportamento delle banche in questa fase, potrebbe essere sintetizzato nella frase.”Mi sto leccando le ferite, ragazzino lasciami lavorare e fare un po’ di utili, poi vedremo”. Non so se la mia impressione sia corretta ma, intanto, portare a casa un po’ di utili non può fare male, serve a rassicurare azionisti, mercati, a rinsaldare posizioni manageriali: solo che non serve all’economia.

La questione che riemerge da queste considerazioni è una questione, per le banche e per le imprese, anzitutto culturale: ovvero di quale modello di relazioni di clientela si vuole adottare fra quello, che ha fatto certamente danni -e profitti- negli ultimi anni, quello della banca di transazione, improntato al breve termine, e quello della banca di relazione, improntato al medio-lungo periodo.

Su quest’ultimo versante le relazioni sono caratterizzate da una visione più lungimirante, da un atteggiamento verso le imprese improntato a costruire relazioni e mantenerle, anche quando le cose non vanno, offrendo non solo finanziamenti, ma anche finanza, ovvero servizi di consulenza ed affiancamento, specie alle Pmi.

Se negli ultimi anni le Banche di Credito Cooperativo -BCC- si sono fatte carico di gran parte della migrazione, imposta da Basilea 2, dalle grandi alle piccole banche, non è pensabile che sia ancora una rappresentanza, pur folta, di ottime banche locali, a dover finanziare un sistema di imprese, non solo Pmi, con il quale le relazioni di clientela non sono certamente delle migliori.

Problema dei finanziamenti sul quale occorrerà tornare, non appena in termini quantitativi ma, soprattutto qualitativi, pena il ritardo o la falsa partenza della ripresa italiana.

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