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Banche

Interesse, usura, prestiti et alio: ovvero, come evitare certi moralismi.

Gioverà qui ricordarla in poche parole giacché e ministri e professori si trovano che mostrano maggior zelo a combatter le dottrine della Chiesa che a studiarle e capirle.

La Chiesa non ha mai condannata la sentenza dei teologi, ­dei canonisti, dei giuristi i quali tutti concordi permettono l’interesse quando l’imprestito del danaro produce o lucro cessante o danno emergente.

Mai non ha condannato la sentenza assai divulgata (benché alcuni la rifiutino) che si possa prendere un interesse quando si giudica che il capitale corra qualche pericolo.

E lo stesso dicasi di quell’altro titolo della diuturnità del prestito, la quale agli occhi di molti inchiude essenzialmente un pericolo di danno emergente.

Finalmente concedesi, secondo S. Alfonso De Liguori di revocare il pre­stito in certi casi impreveduti ecc. (V. compend. di DE LIGORIO pel NEYRAGUET tratt. de Contract. art. 5. n. 1) e di danno grave pel mutuante.

A questi ti­toli che riguardano il contratto privato si aggiunge il titolo della pubblica legge intorno al quale da due secoli si è disputato, ma che oggi precariamente al­meno da tutti i cattolici si ammette dopo che la sacra Penitenzieria ripetuta­mente ha risposto non esse inquietandos dai confessori coloro che sopra tal titolo appoggiano il loro interesse, purché sieno pronti a sottoporsi al giudizio della Chiesa quando essa definisse altrimenti. Il solo titolo che la Chiesa esclude è quello appunto che viene invocato dal ministro de Foresta dopo gli economisti eterodossi, la pretesa fecondità naturale del danaro o del prestito (lucrum ex mutuo VI MUTUI).

LUIGI TAPARELLI D’AZEGLIO «La Civiltà Cattolica», 1856, a. 7, Serie III, vol. I, pp. 358-385. §. II. Il Prestito è egli naturalmente fruttifero?

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Banche Giulio Tremonti Unicredit USA

Bonus malus

Alessandro Profumo, in un incontro con i giornalisti avvenuto ad Istanbul, nell’ambito delle riunioni del Financial Stability Board, ha affermato che i bonus non sono stati un acceleratore della crisi, perlomeno non in Italia. E ribadisce l’utilità di strumenti in grado di responsabilizzare i manager bancari, con piani articolati nel tempo ed improntati ad una visione di medio-lungo termine.

Profumo ha ragione. I bonus non sono il diavolo e, se anche fossero stati un propellente della crisi, certamente non ne costituiscono l’origine, dal momento che, in quanto tali, altro non sono che un’espressione di una certa cultura del fare impresa, del fare banca, del concepire le relazioni ed i rapporti con il territorio e con il sociale: in altre parole, i bonus -che non sono stati certamente erogati al solo settore finanziario, come tante storie di capitalismo made in USA e non solo dimostrano- sono solo la punta dell’iceberg di un certo modo di intendere (o di non curarsi) della responsabilità sociale dell’impresa.

Detto ciò, forse l’uscita di Profumo, in contemporanea con il gran rifiuto di sottoscrivere i Tremonti-bond da parte di Unicredit, poteva essere più tempestiva, magari rinviando la discussione dell’argomento a momenti migliori. Il moralismo è la melassa che avvolge gran parte della cultura contemporanea, anche in ambito economico. Ma la disinvoltura con la quale ci si rifiuta ostinatamente di mettere in discussione se stessi ed il proprio modo di intendere la banca, da parte di tutti i grandi banchieri, comincia a diventare insopportabile.

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Banche Imprese

Credit watchers

Il Sole 24Ore, supplemento CentroNord di oggi, 7 ottobre, titola “Pochi i ricorsi agli osservatori per il credito”. In particolare, in tutto il Centro Nord, sarebbero solo 170 i ricorsi agli osservatori regionali per il credito, che mostrano, allo stato, di non saper neppure svolgere il compito di moral suasion che era stato loro assegnato, perlomeno nelle interpretazioni più benevole, dalla legge.

Più d’uno, peraltro, annota non solo la complessità delle relazioni che di norma si intrecciano fra banche ed imprese, talvolta difficilmente comprensibili anche ad alcuni addetti ai lavori ma, soprattutto, come nota Giancarlo Gagliardini, di Fidimpresa Marche “(..) le istanze e le denunce vengono depositate quando i problemi sono già radicati, sono state già provate tutte le altre strade ed è difficile porre rimedio”. Da ultimo, è difficile immaginare che i rapporti fra banche ed imprese si evolvano in senso positivo dopo che sono state presentate quelle che, di fatto, sono denunce, anche se non di carattere penale.

Come sempre varrebbe la pena riprendere in mano, con pazienza, la vecchia questione della qualità delle relazioni di clientela, e della loro durata. Ricordando che, se le banche si possono scegliere, pure il credito, come si è già avuto modo di sottolineare, non è un diritto civile.

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Banca d'Italia Banche Mario Draghi

La trappola della (il)liquidità

Trappola-liquidita-versione-tradizionale

«Nessuno – dice Draghi rispondendo alla domanda sulle norme studiate per innalzare la qualità patrimoniale degli istituti di credito – intende danneggiare le banche, nessuno vuole una politica creditizia prociclica, nessuno vuole una stretta creditizia, nessuno vuole mettere a repentaglio la ripresa economica. Ma, allo stesso tempo, vogliamo anche che le regole per le banche vengano modificate e applicate, anche se gradualmente».
Fin qui una breve frase tratta dalla intervista di Mario Draghi alla Frankfurter Allgemeine Zeitung.

Registriamo volentieri l’intervista del Governatore e le sue dichiarazioni. L’esperienza degli ultimi dieci anni, anche quando la crisi non era neppure lontanamente prevedibile e dunque il credito era più “facile”, ci dice però che non basta che le Autorità o i Governi dichiarino di non volere la stretta creditizia o che incentivino le banche e le imprese a parlarsi. Il vero problema rimane la volontà bancaria di prestare oppure no. Come nel caso della “trappola della liquidità” gli operatori non chiedono denaro, sebbene che questo non costi nulla o costi molto poco, così nel caso opposto sono le banche, pur potendo,  a non voler prestare. E non è colpa di Basilea 2 (in tempi passati si sarebbe detto che la colpa era della Loggia P2 e dei servizi segreti deviati), dal momento che la possibilità di applicare alle Pmi il criterio dell’esposizione retail, consentiva e consente un minore assorbimento di capitale (lo sconto è pari a 1/4). E’, come al solito, e come non ci si deve stancare di ripetere, una questione di relazioni. Se mancano, non c’è nessun interesse a crearle o ad allacciarle, perché non se ne può comprendere il valore.