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Criminal tango

tango

Il governo di Buenos Aires, presieduto da Cristina Kirchner sta tentando di chiudere le pendenze relative ai cosiddetti tango-bond, ovvero le famigerate obbligazioni statali emesse dal Tesoro della Repubblica Argentina ed in default dal 2001. La chiusura si rende necessaria per procedere a nuove emissioni dal 2010, senza dover sottostare agli eccessivi vincoli del Fmi. Da fonte Indec si apprende che il 40% del totale del debito ancora in essere e che non è andato a fare parte della transazione del 2005, è in mano di risparmiatori italiani (per la precisione si tratta di 8 miliardi di dollari su circa 20).

La notizia del tentativo di sistemazione con i creditori è positiva e va salutata con favore, soprattutto se risulterà più seria di quelle che l’hanno preceduta. Tuttavia, la lettura della notizia, personalmente, mi ha fatto venire in mente due cose: che tuttora sull’Euromercato i titoli del Tesoro argentino sono trattati per ammontari molto elevati; e che, conoscendo i risparmiatori italiani, la loro non-cultura finanziaria, la ricerca spasmodica di extra-rendimenti a prescindere dal rischio di credito, quel 40% detenuto non sia frutto di banche che li hanno malamente consigliati. Per meglio dire: se una quota di quei titoli ancora in mano a risparmiatori italiani è ancora lì a causa delle banche, la maggior parte di essi sta nei portafogli di molti perché costoro non stavano risparmiando ma, molto più semplicemente, scommettendo.

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Ricapitalizzare necesse est

euro

Venerdì 9 ottobre è apparso, su Il Sole 24 Ore, un interessante articolo di Gianni Tamburi, fondatore di Tamburi Investment Partners, intitolato “Il rilancio dell Pmi è fatto di capitali”.
Accanto alle consuete questioni, poste comprensibilmente da più parti, ma non per questo meno “inutili”, quali: quando finirà la crisi; chi ce la farà; che cosa si può fare, l’intervento mette al centro della riflessione un tema che gli imprenditori non amano affrontare, quello della capitalizzazione delle imprese.
In particolare, Tamburi evidenzia che all’interno del campione R&S di Mediobanca, nel periodo 2000-2008 “(..) gli azionisti delle imprese private italiane hanno prelevato dalle casse delle loro aziende circa 37 miliardi di euro, ovviamente al netto degli aumenti di capitale effettuati”.
La conclusioni di Tamburi, tanto più significativa in quanto non proviene dalla solita banca ma da un investitore professionale, è tranchant: “le imprese private italiane hanno estratto troppo, (..occorre) armarsi di coraggio e rimettere in azienda –o mettere, per i tanti che non hanno estratto un soldo– tutti i denari che servono per accelerarne il rilancio.”
Tamburi insiste affermando perentoriamente:”Cosa ci si deve fare con quei soldi? Ancora più semplice, anzitutto sostenere il capitale circolante che sta soffrendo come forse non si era mai neanche immaginato, poi ripartire con gli investimenti per lasciare al palo i concorrenti più fragili (..).”
Difficile trovare riassunto in modo così efficace ciò che ogni imprenditore dovrebbe sapere sempre ma che, proprio in questo momento, mostra di ignorare: il problema della mancanza di liquidità non è un problema che origina dalla cattiva volontà delle banche o che le banche devono risolvere, è anzitutto un problema di ri-capitalizzazione, ovvero di scarsa capitalizzazione delle imprese stesse, specie se Pmi. Anche senza seguire i successivi consigli di Tamburi, che da investitore di razza suggerisce di acquisire i concorrenti decotti ed eccessivamente indebitati, la lezione è chiarissima. Nei momenti di crisi si esce dalla difficoltà non con lamentele o richieste alle banche, si esce anzitutto re-investendo sulla propria formula competitiva, migliorando l’efficienza e mettendo in sicurezza l’azienda, con denaro fresco. Tutto il resto sono solo chiacchiere e lamentele.