La banca della porta accanto.

Una sorprendente, per il sottoscritto, intervista di Vittorio Terzi (responsabile di McKinsey in Italia e nel Mediterraneo) a cura di Andrea Di Biase ed apparsa su Milano Finanza il 24 ottobre scorso torna sul tema, più che mai d’attualità, della diversità di atteggiamento delle grandi banche nei confronti delle imprese. L’intervistato, in particolare, mostra fin dalle prime battute di avere a cuore una sola idea di vicinanza alle imprese, quella per cui le banche migliori sarebbero quelle che finanzierebbero anche chi non possiede nessun merito di credito.

Le affermazioni di Terzi sono sorprendenti perché l’equivoco, se di equivoco si tratta e non di forzatura polemica, non dovrebbe sfiorare un personaggio di questo calibro. La vicinanza alle imprese, quella a cui si richiamano le banche locali o banche di prossimità -ovvero, in Italia, le Bcc- è vicinanza al territorio nel senso migliore della parola, non sostegno assistenziale. Lo dimostra la storia delle Bcc italiane, caratterizzata da sempre da un modestissimo livello di sofferenze rispetto al resto del sistema. Ed è questo che, soprattutto in questo momento, servirebbe alle Pmi italiane.

L’intervista, tuttavia, prosegue con altre affermazioni quanto meno discutibili: “Le grandi banche come le piccole sono presenti sul territorio, ma con una differenza. Che mentre entrambe hanno la vicinanza al cliente-impresa, le grandi banche hanno qualcosa in più delle piccole: hanno i mezzi da investire, come hanno fatto, in competenze e capacità che permettono loro di assumere in modo più corretto i rischi di credito”. E ancora: “Chi sostiene che le grandi banche facciano erogazione di credito guardando solo ai modelli di rating, dice una cosa errata.” La prima affermazione andrebbe rettificata: gli investimenti sono stati effettuati, ma non in competenze e capacità, bensì in modelli automatici così perfetti da permettere l’erogazione solo a clienti del tutto privi di profili di rischio. A breve un post con le linee-guida di un grande istituto di credito, proprio a partire dalle logiche di Basilea 2. La seconda è stata smentita, icto oculi, presente cioè il sottoscritto, qualche giorno fa, nel corso di un incontro con alcuni istituti bancari, per i quali un altissimo dirigente ha testualmente affermato:“Quello che esce dal modello per noi non è modificabile”.

Nessuno contesta all’impresa-banca il dovere, prima ancora che il diritto, di fare utili. Ma che non si possa neppure mettere in discussione un modello di intermediazione oggettivamente lontano dalla realtà, pare una posizione francamente indifendibile. Tanto più che, nella stessa intervista, si afferma che “le banche dovranno imparare a fare un mestiere nuovo, comprendendo a fondo i rischi delle imprese anche nel medio termine.” Ma non ne sono, le grandi, già capaci?

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