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Banche Unicredit

Una superbanca.

Non è facile commentare la nuova strategia organizzativa di Unicredit, approvata dal comitato strategico nella giornata di ieri.

Unicredit è nata come aggregazione di realtà locali, ampiamente e storicamente diffuse sul territorio, via via aggregate sotto un unico marchio, che ha progressivamente fatto scomparire quelli originari. Rolo Banca 1473, Cassa di Risparmio di Torino e tante altre realtà bancarie sono andate scomparendo, sostituite, nella rappresentanza dei territori da una parte dal ruolo delle Fondazioni -Palenzona e Biasi ne sono rappresentanti attivi e noti a livello a nazionale- dall’altra dall’invenzione dei cosiddetti “Comitati locali”, che nelle intenzioni originarie dovevano rappresentare un punto importante di collegamento con il territorio. La scomparsa non è stata indolore, in taluni casi si sono verificate situazioni che hanno mostrato il limite di una politica di aggregazioni fatta a prescindere dalle reali esigenze del territorio. Al di fuori dell’ambito di Unicredit, la storia della Banca Popolare Trentina lo dimostra: d’altronde la libertà di poter cedere una banca che, al contrario, andrebbe tenuta in mano al territorio, fa parte delle possibilità più che lecite ed ammissibili di un’economia di mercato.

Torniamo ad Unicredit. I “Comitati locali” devono avere mostrato qualche problema di rappresentanza -e, absit iniuria verbis, vista la composizione di essi, spesso appiattita sulla grande industria e sui gran commis, pubblici e privati, non è difficile immaginarlo- dal momento che la nuova organizzazione viene giustificata con la necessità di “formare una superbanca e garantire un aggancio più stretto ai territori”. La nuova strategia organizzativa è imperniata sulla eliminazione delle attuali strutture Private, Retail e Corporate, oltre che Banco di Roma e Banco di Sicilia: le prime tre strutture, nelle intenzioni originarie, erano state ideate per consentire una più stretta aderenza alle necessità del cliente.

Qualcosa deve essere andato storto se quel modello mostra già i suoi limiti nel giro di un decennio. E l’idea di una “superbanca” fa pensare che si vogliano, più banalmente, ottenere legittime economie di scala -i sindacati stimano in 7mila gli esuberi conseguenti alla nuova “strategia”- che come probabile e come già accaduto tante volte in passato, nel caso delle grandi banche, andranno a vantaggio non dei clienti, ma degli azionisti.