Corporate bond, festa infinita: per chi?

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Il Sole 24 Ore di oggi evidenzia, a firma Morya Longo, la situazione del mercato delle obbligazioni corporate, con scadenze per mille miliardi in cinque anni, oltre il 40% in più che negli anni passati.

Il mercato ha visto tassi di crescita elevatissimi in ragione sia della stretta creditizia attuata dalle banche, sia dalla necessità di investire la grande massa di liquidità immessa nei mercati durante la crisi. Non secondario, del resto, è stato il ruolo dei tassi di interesse, il cui livello è stato ed è tuttora certamente interessante ed appetibile per l’emittente. In sostanza, imprese (di grandi dimensioni, e solo quelle) bisognose di liquidità hanno facilmente incrociato le loro preferenze con quelle di investitori dotati di ingenti capitali da impiegare.

Il problema si pone, a quanto pare, per il coincidere delle scadenze dei bond corporate e delle obbligazioni emesse dalle banche, in una concentrazione temporale che potrebbe, così si paventa, risolversi in un certo numero di default. Il problema, evidenziato molto chiaramente dalla Longo, è sintetizzabile come segue: ”Il credito bancario è facilmente rinegoziabile, ma il prestito obbligazionario no: quando scade, scade.”

Ora, a prescindere dal fatto che il caso Parmalat insegna che numerose e successive emissioni possono sostituirsi le une alle altre rendendo possibile il rimborso stesso, i problemi che si pongono sono almeno di due tipi.

Il primo riguarda la qualità del credito, ovvero la capacità di rimborso degli emittenti. Cosa fa temere un default nell’arco del prossimi 5 anni? Perché dovrebbero aver avuto successo emissioni realizzate e collocate in un arco di tempo così prossimo alla crisi? Forse le società di rating non hanno lavorato bene (ancora una volta?) Se invece il problema fosse, come è facile che sia, che fra 4 o 5 anni i tassi si saranno innalzati, il problema delle prossime emissioni sarà rappresentato dal maggior costo per l’emittente, ma ciò non integra, di per se, le condizioni di default: semplicemente saranno variate le condizioni di mercato. E visto che tassi più elevati significano maggiore inflazione, ovvero anche maggiore sviluppo, c’è da augurarsi, in un certo senso, che questo accada davvero.

Il secondo problema lo ha descritto molto bene un anonimo operatore intervistato dalla Longo, il quale ha affermato che: ”Il mercato obbligazionario avrà sempre investitori e, in ogni caso, se mancassero, le banche garantirebbero un cuscinetto di liquidità”. Purtroppo è proprio lo svolgimento della grande crisi finanziaria degli ultimi due anni a smentire la sicurezza di questa affermazioni, poiché il processo di cartolarizzazione degli attivi (leggi subprime) si è bloccato, i default hanno prevalso sulla presunta garanzia di liquidità e si è inceppato persino il mercato interbancario. Forse sarebbe il caso di cominciare a preoccuparsi non tanto dell’esistenza di un mercato secondario, ma delle condizioni alle quali si emette nel primario. Oppure non se ne può parlare per non disturbare grandi imprese, che si finanziano, e grandi banche, che guadagnano collocando?

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