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Accanimento terapeutico.

Si apprende che il ripianamento delle perdite di Mariella Burani Fashion Group è saltato, dal momento che il principale azionista non si sarebbe presentato in assemblea. La previsione non era difficile da fare, dal momento che l’assemblea era stata convocata per procedere ad aumentare il capitale per complessivi 83,5 milioni e la famiglia Burani si è dichiarata disponibile a versare fino ad un massimo di 50 milioni.

Le vara questione riguarda proprio quelli che Maria Silvia Sacchi e Roberta Scagliarini sul Corriere Economia di ieri definivano “i soldi veri sul tavolo.” Secondo l’articolo apparso ieri, il rinvio dell’assemblea sarebbe in funzione dell’ottenimento di più tempo per la trattativa con le banche creditrici, disposte “a convertire una parte dei debiti se la famiglia mette 50 milioni”.

Ci sono alcune cose che colpiscono in tutto questo. La prima è che un imprenditore si limiti a proporre di versare fino ad un massimo del 10% del totale dei debiti bancari, chiedendo alle banche di fare il resto; la seconda è che le banche non solo non battano ciglio, ma siano pronte a discutere (ci viene spiegato che Burani è un gruppo troppo importante per fallire ed è ramificato e diversificato anche in Borsa, attraverso Greenvision e Bioera), complice probabilmente la presenza quale advisor di MBFG, di Mediobanca; la terza è che i Burani siano (restino?) una delle famiglie imprenditoriali più in vista di Reggio Emilia –“Giovanni Burani ha posti nei consigli di amministrazione di una quarantina di aziende”-; e infine, ma a dirlo sembra di sparare sulla Croce Rossa, azionisti e consiglieri di Bipop, quindi chiamati da Unicredit, che negli affari giusti non manca mai, nel CdA di Fineco.

Può bastare?

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Purchè sia buono.

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Alessandro Profumo, A.D. di Unicredit

Dal Sole 24 Ore on line del 16 novembre

Titoli tossici per 22 miliardi, quasi interamente crediti
I titoli tossici nelle casse del gruppo Unicredit ammontano a 22,4 miliardi di euro e gli Abs sono pari a 7,9 miliardi, ha detto ancora Profumo nel corso dell’assemblea degli azionisti, spiegando che al 30 settembre le attività riclassificate in base alle modifiche agli Ias-Ifrs (ovvero i titoli tossici) sono pari a 22,4 miliardi, «quasi interamente incluse nella voce crediti». La definizione «di titoli tossici – ha sottolineato Profumo – non identifica nessuna attività di bilancio, secondo i principi contabili riconosciuti a livello internazionale. Ma parlando in senso estensivo, possiamo definirle attività riclassificate che, a tutto settembre di quest’anno, erano pari nel bilancio del gruppo a 22,4 miliardi, di cui 7,9 miliardi in prodotti strutturati Abs».

Qualche giorno fa l’A.D. di Unicredit aveva affermato che la banca è forte, capitalizzata e desiderosa di fare nuovo credito, a condizione che sia -testuale- “buono”. Ora, tuttavia, quella stessa banca, per bocca dello stesso A.D., ci comunica che i titoli tossici sono pari (calcoli sulla base del bilancio trimestrale pubblicato al 30.06.2009) al 3,83% degli impieghi economici. Poiché all’appello mancano le sofferenze (e ancora per molto mancheranno, stante il notorio ritardo nel manifestarsi delle medesime e nella loro iscrizione a bilancio), è difficile non domandarsi quanta parte dell’aumento di capitale appena varato dall’assemblea straordinaria servirà non già a rafforzare i ratios patrimoniali quanto, piuttosto, a coprire perdite. Nel frattempo si cambia il modello organizzativo, con nuove, probabili spese: pare tuttavia che nessun azionista (il sottoscritto compreso: mea culpa) abbia chiesto notizia di ciò a Profumo. Il quale, a sua volta, qualche domanda dovrebbe rivolgerla ai consulenti di organizzazione. Ma non è difficile immaginare che non se ne farà nulla, dal momento che i consulenti stessi, che è facile identificare, sono già al lavoro, pronti a staccare nuove parcelle. Avanti così.