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Banche

Non basta essere bravi (la fine di Cazenove).

Cazenove, una delle più antiche banche d’affari londinesi, fondata, come spiega il cognome, nel 1819 da un ugonotto francese di nome Philip riparato in Gran Bretagna, è stata “disciolta” in J.P.Morgan. Il destino della banca, come segnalato da Leonardo Maisano sul Sole 24 Ore del 20 novembre, è singolare: i denari rinvenienti dalla cessione andranno perlopiù a dipendenti, premiati in funzione della performance e della fedeltà nel lungo periodo. Quindi niente superbonus ma incentivi correttamente corrisposti in una logica di lungo termine. Dispiace che una cultura aziendale come quella descritta scompaia, tanto più che Cazenove aveva rinunciato alla quotazione preferendo cedere la metà del capitale alla banca americana. Il Sole 24 Ore, nel riportare la notizia afferma che “(..) le ambizioni da Cazenove erano scandite da regole strane. “Qui il merito non conta –diceva agli aspiranti banchieri Anthony Forbes direttore generale per un decennio- apprezziamo i partner affidabili. Coloro di cui ci fidiamo diventano amici parte della famiglia. Non basta essere bravi.” Non sono d’accordo circa il giudizio di stranezza che Maisano attribuisce alle regole di Cazenove, dal mio modesto punto di vista forse un po’ antipatica per via dell’eccesso di snobismo british (scarpe marroni e cravatte slacciate erano non solo bandite, ma segnali di ostilità e fonte di pregiudizi per la carriera).

In effetti, la regola di “diventare amici” di coloro di cui ci si fida, ovvero che si conoscono, non solo è molto realista ma, come insegna la storia di Warren Buffett –e della stessa Cazenove, visti i multipli pagati- anche molto redditizia.

 

 

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Economisti Università

Maghi, economisti & varia umanità.

Il Ministro Brunetta sostiene di essere, lui, un vero economista, al contrario di Tremonti, ordinario di Scienza delle finanze, pertanto giurista. A parte la famosa invettiva di agosto sui maghi, vorrei sommessamente ricordare al Ministro Brunetta che il suo Collega Tremonti è, in realtà, fior di economista. La scienza delle finanze riguarda aspetti molto più economici che giuridici: e se anche non lo fosse, Tremonti economista lo è de facto.

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Banche Imprese Relazioni di clientela Vigilanza bancaria

Braccino corto 3.

Lamberto Dini, in un articolo apparso sul Sole 24 Ore del 24 novembre, nell’annotare la scarsa patrimonializzazione delle grandi banche italiane, ipotizza che la scarsa contendibilità delle banche stesse, i cui assetti proprietari sono in mano a fondazioni ben poco desiderose di aumentare il capitale investito, possa essere una delle cause del fenomeno del credit crunch.

Il senatore Dini è personaggio autorevole  -attualmente è presidente della commissione esteri del Senato, ma è stato a lungo nel FMI- ma la ricetta che propone è quanto meno ingenua ed appare, pertanto, velleitaria. Secondo Dini, infatti, le banche dovrebbero essere costrette a ricapitalizzare (pena la riduzione dei crediti erogati alle imprese, dal momento che stanno emergendo le perdite su crediti e le sofferenze: qualcuno dovrebbe avvisare il senatore Dini che Unicredit l’ha già fatto, ovvero per non aumentare il capitale ha ridotto le esposizioni a rischio) per non perdere il controllo. Ma chi dovrebbe aprire il controllo delle banche, nel Paese del capitalismo familiare, dove la Borsa soffre di capitalizzazione non dal lato della domanda, bensì da quello dell’offerta? E, soprattutto, siamo così sicuri che la definizione di nuovi assetti proprietari comporterebbe, ipso facto, incrementi della patrimonializzazione. La strada sembra piuttosto quella di rafforzare i coefficienti patrimoniali, in funzione della dimensione delle banche, incrementandola proporzionalmente al carattere internazionale ed alla complessità delle operazioni svolte. Diversamente si rischierebbe di ricadere in una inefficace petizione di principi, fin troppo facilmente aggirabili dalle furbissime fondazioni nostrane.

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Banche Crisi finanziaria Mercato Vigilanza bancaria

Creare mercati per i titoli illiquidi?

Donato Masciandaro, in un lucido e brillante articolo sul Sole 24 Ore del 24 novembre 2009, ritorna sull’argomento derivati, che tanti guai hanno combinato prima della grande crisi, proponendone la disciplina. In particolare Masciandaro propone di “trasformare insiemi diversi di transazioni bilaterali e opache in sistemi di scambi multilaterali e trasparenti”. Ciò ridurrebbe i rischi di crisi: ma, lamenta Masciandaro, finora non è successo nulla.

Forse sarebbe il caso di chiedersi perché, appunto, non accada nulla. Perché esistano, peraltro funzionando egregiamente, mercati regolamentati ed accentrati per opzioni e futures, che non hanno mai dato luogo a problemi. Ma, soprattutto, sarebbe il caso di chiedersi perché, nonostante l’apparente convenienza, nessuna banca si premuri di organizzare un simile mercato. Infine: siamo proprio sicuri che la creazione di mercati liquidi per strumenti molto rischiosi non possa ingenerare nuovamente la convinzione, che la crisi ha dimostrato essere pericolosissima, che c’è un mercato per qualunque security e, di conseguenza, c’è sempre qualcuno disposto a scambiarla?