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Bolla immobiliare Crisi finanziaria Ripresa USA

Black friday & Dubai default

Nello stesso giorno l’economia si incarica di lanciare segnali per far capire che non è una scienza esatta, ma sociale, che studia i comportamenti personali e che dai comportamenti personali dipende.

Negli USA, il giorno dopo la festa del Ringraziamento -che non è una cattiva idea, anzi: ringraziare, ricordandosi che nulla è dovuto e che non ci siamo fatti da soli- si corre a spendere,  mutando il colore dei conti dei commercianti da rosso in nero. Da cui il titolo, borsisticamente funesto.

Gli USA mostrano, con la loro consueta enunciazione di fiducia nel consumo, che i centri commerciali sono i nuovi templi della religione laica del consumo, nel quale la popolazione americana si identifica. E il rilancio dei consumi è, indubbiamente, uno dei grandi motori, un volano fondamentale della ripresa economica.

Per Dubai, al contrario, anche se le dimensioni del buco appaiono colossali -ancor più considerando la sostanziale illiquidità delle attività immobiliari coinvolte- si parla addirittura di rischio di contagio sistemico, scomodando la preoccupazione circa la possibile insolvenza di altri paesi dalle economie deboli. Non si deve dimenticare, peraltro, che Dubai ha la (s)ventura di essere l’unico paese del Golfo senza petrolio. Il che non toglie che, se pure non si deve pensare che le difficoltà del paese arabo, sulle quali le autorità locali parleranno lunedì, si debbano ripercuotere ipso facto su altri paesi (Ungheria, Messico, Turchia, solo per citarne qualcuno). Il vero rischio appare, piuttosto, quello che altri paesi, incoraggiati dall’eventuale, possibile, accoglienza della richiesta di moratoria fatta dal paese del Golfo, dichiarino anch’essi di essere impossibilitati a pagare, ingenerando, a questo punto, un vero rischio di contagio sistemico. Come direbbero gli americani, siamo confidenti che non accada.

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Alessandro Berti Imprese

Professionisti come imprese?

Il Presidente dell’autorità garante per la concorrenza ed il mercato, Catricalà, nell’equiparare i professionisti alle imprese, ha certamente peccato di approssimazione. La reazione suscitata nel mondo delle professioni, riunito a convegno a Roma, è stata di secca smentita delle affermazioni del Garante, ricordando le diversità radicali che stanno alla base dell’esercizio di una professione rispetto a quello dell’impresa.

Chi scrive ne sa qualcosa.

Iscritto all’Albo dei Dottori Commercialisti nel 1982, un anno dopo la laurea (avrei iniziato a pensare all’accademia solo in seguito, dopo che mi venne proposto per la terza volta accettai), appena cominciai ad esercitare mi trovai catapultato nel mondo della professione con un pc, regalatomi dal babbo, che usavo in cucina, ovvero nel mio studio. Ai clienti, contati sulle dita di una mano,  dicevo:”Non si disturbi, vengo io da lei”. Ma ricordo bene che, appena andai a tentare di iscrivere il mio primo figlio al nido mi venne risposto, direi con malignità e cattiveria, dall’ineffabile responsabile dell’ufficio preposto del Comune di Rimini, una compagna -intesa come PCI- di cui preferisco non ricordare né il nome, né il ghigno, che poiché io ero un libero professionista ero anche un evasore fiscale. E che, di conseguenza, mio figlio non solo non sarebbe stato accettato, ma se mai tale vento miracoloso fosse accaduto, avrei dovuto pagare il massimo della retta. Io ricordo solo che quell’anno feci la dichiarazione dei redditi più magra della mia carriera. E non stavo, ahimè, accumulando tesori alle Cayman, in vacanza si andava ospiti di mio padre, ed altre amenità che non racconto.

Per lunghi anni subivamo ritenute d’acconto che potevamo scontare solo in dichiarazione, mai deducibili da altri balzelli: e quando arrivava un rimborso d’imposta, ci sembrava di avere vinto alla lotteria di Capodanno, perché il conto corrente era sempre in rosso. Per costruire una reputazione professionale che non fosse solo quella di un fastidioso ma obbligato impiccio per i clienti -una specie di vaccino contro il fisco- ci sono voluti anni, quasi 10, per fare solo quello che faccio ora e non dovere perdere il sonno dietro a scadenze, formalità, burocrazia. Tutto ciò rigorosamente fuori Rimini, forse perché, come dice un mio amico commerciante, Rimini non è abbastanza borghese (continuo a chiedermi cosa sia, ma non trovo risposta: io vengo dalla Vera Romagna Folk). Se i professionisti italiani sono quello che sono, forse, non è estraneo alla loro condizione la modesta cultura manageriale delle imprese ed una concezione del fare impresa che richiede, tuttora, ancora molta educazione. Nessuno si è mai chiesto perchè l’offerta dei commercialisti sia così limitata? Forse perché se non offri certi prodotti, e non certamente a prezzi d’affezione, non la sfanghi?

Non sono un’imprenditore, tutt’al più sono un teatrante. Adoro insegnare, cambia il palcoscenico, il pubblico, anche il copione.

Non sono neppure un professionista, anche se resto iscritto all’albo. Le imprese sono un’altra storia ed un altro film, le incontro grazie alle banche per le quali lavoro. Ma sono due mondi diversi, con buona pace del garante.

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calcio minore

Ammaina bandiera.

Fare andare via Gattuso è come abbandonare Saigon.