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Alessandro Berti

Buon 2010

Che il 2010 ci trovi desiderosi di combattere e di stare in mezzo alla battaglia, consapevoli che il combattimento, come diceva Péguy, è un’augusta grazia che ci viene concessa; che per meno di questo non ne vale la pena, perché la tranquillità vuol dire evitare di rimettersi in gioco, di dare tutto noi stessi, di andare fino in fondo, ovvero allargare la coscienza, di tutto quello che facciamo -lavoro o studio che sia-; che nessuna fatica può essere fatta da altri al posto nostro e che nulla ci sarà risparmiato, fino alla fine; che a noi, peraltro, spetta solo combattere, senza chiedere né dove né quanto a lungo, lasciando a Dio gli adempimenti.

Auguri.

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Alessandro Berti

Top ten (del perché valga la pena fare il mago).

Colto da irrefrenabile smania di conoscenza e poiché la funzione con il Te Deum è prevista per le 18, mi sono tolto qualche curiosità su cosa venga letto prevalentemente dai frequentatori di questo blog nonché sulle parole chiave che li spingono su questo indirizzo.

Se the winner is Mariella Burani, che oltretutto piazza fra le prime dieci posizioni ben tre articoli della serie “Cronache da una crisi annunciata” e risulta anche uno dei pochi termini “seri” usati nei motori di ricerca (insieme a Josè Mourinho e John Elkann), si conferma, alla fine del 2009, la mia vecchia idea: se dovessi inventarmi un mestiere, farei il mago, il Mago Alex. Quello che predice l’amore.

Post e relative letture

  1. Mariella Burani Fashion Group, cronache  598
  2. Il Mago Alex  545
  3. Linee guida per l’intrattenimento    530
  4. Piccolo manuale per la richiesta di mora    473
  5. Liberté, égalité, mobilité  419
  6. Mariella Burani Fashion Group, cronache   369
  7. La spia che manca  211
  8. About us: perchè un blog   143
  9. Mariella Burani Fashion Group, cronache    143
  10. Dichiarazioni di intenti: come gettare (Pro)fumo negli occhi  130

Termini più usati nei motori di ricerca e numero

  1. mago merlino  443
  2. lapo elkann   290
  3. bandiera francese  287
  4. lap dance   245
  5. mariella burani fashion group   232
  6. esorcismo  167
  7. dance  114
  8. merlino  108
  9. jose mourinho  107
  10. john elkann   103
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Inter

Non sarò mai politicamente corretto.

dalla rete

“Capisco che c’è un prodotto da vendere, magari mi devo rassegnare e adattarmi a questa situazione. Una situazione che mi mette a disagio? Voi mi vedete a disagio in Italia? Quando dico che certe cose che accadono qui non mi piacciono, non mi riferisco all’Italia in quanto Paese o al suo popolo: non sono nessuno per farlo e soprattutto sono qui solo da un anno e mezzo, non da dieci anni. Se dico che certe cose non mi piacciono mi riferisco a situazioni più specifiche, ad esempio al rapporto fra José Mourinho allenatore e la stampa sportiva italiana, che non è sicuramente positivo. Secondo me succede per colpa dei media, secondo i media accade per colpa mia, ma questa è una ‘guerra’ persa ancora prima di iniziarla, perché io sono solo contro tanti, e molto uniti. Però io posso perdere una guerra, non la mia personalità, la mia indipendenza, la mia libertà: quelle non le perderò mai e per questo non sarò mai politicamente corretto. Fare il ‘lecca… qualcosa’, come si dice da voi, non fa parte della mia filosofia: sono indipendente e dico sempre quello che penso, anche quando non piace. Servirebbe più rispetto: anche da parte mia, certo, ma vorrei almeno che non fossero strumentalizzate le mie parole, facendo arrivare di quanto dico soltanto quello che può servire, e non il mio reale pensiero”.

Josè Mourinho, conferenza stampa ad Abu Dhabi, 31 dicembre 2009

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Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese

Lusso sostenibile (?)

dalla rete

Valentino Fashion Group si è riorganizzato. Questa è la notizia comparsa sulla stampa economica alla Vigilia di Natale. Paola Bottelli, sul Sole 24 Ore, commentando il fatto, titola “Il rilancio della maison senza indebitamento”. Leggendo i titoli superficialmente verrebbe da dire che, a differenza di altre case di moda, Valentino è riuscito a rendere sostenibile ed accessibile il lusso. Poi si scopre quello che la crisi ha insegnato, ovvero che i debiti non spariscono mai per incanto: li puoi impacchettare, infilare dentro titoli-salsiccia, mascherarli o chiamarli in un altro modo, ma sempre quelli rimangono. Ovvero, nel caso di Valentino, i debiti sono finiti nella controllata Hugo Boss, quotata alla Borsa di Francoforte, che da sola genera il 75% dei ricavi e l’89% del MOL totale del gruppo. Per la gioia degli azionisti tedeschi.

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Banche Giulio Tremonti Imprese Indebitamento delle imprese PMI

L’impatto dello scudo sulla struttura finanziaria delle imprese e sui loro rapporti con le banche.

I dati sull’esito positivo dell’operazione “scudo fiscale” diffusi dal Ministro per l’economia, Giulio Tremonti, sono indubbiamente interessanti, soprattutto per l’ammontare contabilizzato, circa 95 miliardi di euro. Poiché la chiusura, con successo, della prima fase dell’operazione cade in un momento di ampio dibattito sul tema dei rapporti banca-impresa e sulla problematica della sottocapitalizzazione, vale la pena approfondire l’argomento con qualche dato alla mano. Non più tardi di due giorni fa i contributi di Gaetano Miccichè, di Banca Intesa, e del prof.Onado, nell’ambito di un’inchiesta del Sole 24 Ore sull’aumento del peso delle banche nell’impresa -l’articolo è a firma di Laura Galvagni e Marigia Mangano- evidenziavano sia il crescente interventismo degli Istituti di credito, costretti obtorto collo a trasformare crediti in azioni, sia il cronico basso livello di capitalizzazione delle imprese.

In particolare, Galvagni e Mangano spiegano che nel 2009 le banche hanno rilevato azioni per circa 2 miliardi, con riferimento a sette società quotate, fra cui Risanamento. Da qui, anche attraverso dichiarazioni del prof.Dallocchio, una nemmeno troppo velata sponsorizzazione dell’interventismo bancario, sul quale forse varrebbe la pena riflettere.

Ma torniamo allo scudo. Cosa rappresentano, effettivamente, quei 95 miliardi? A cosa li si dovrebbe paragonare?

Attraverso i dati resi pubblici dalla Banca d’Italia sul suo sito, è possibile consultare il Bollettino Statistico, il cui aggiornamento è datato all’indietro di circa 6 mesi ma è comunque significativo. Alla data del 30 giugno il totale del credito per cassa accordato nell’economia italiana, con esclusione della Pubblica Amministrazione, delle imprese finanziarie e delle famiglie produttrici e consumatrici, ammontava a circa 1232 miliardi. Paragonato a tale ammontare l’importo degli interventi effettuati sulle società quotate appare irrisorio (0,16%), così come è irrisorio se paragonato all’ammontare del credito effettivamente utilizzato, pari a 1137 miliardi di euro, per un incidenza percentuale pari allo 0,24%. Dunque non sembra che l’enfasi con la quale sono stati pubblicati le cifre di cui sopra, pur consapevoli che si tratta del solo mercato azionario, possano rappresentare una significativa inversione di tendenza della formula di intermediazione delle nostre banche, protese verso la hausbank di teutonica memoria.

Ben più significativo è il dato dei capitali rientrati in Italia grazie allo “scudo”: naturalmente resta da verificare la praticabilità dell’ipotesi che di questi denari ben il 98% rimanga effettivamente in Italia, ma ipotizziamolo pure, per comodità.

I capitali scudati, in effetti, rappresentano il 7,71% del totale dei fidi accordati per cassa, sempre ai soggetti descritti sopra, l’11,59% del totale utilizzato, ben il 71,08% del totale dei finanziamenti utilizzati per cassa a breve termine. Tale ultimo dato pare particolarmente interessante, perché è riferito agli affidamenti che effettivamente potrebbero essere interessati ad una riduzione, grazie ai capitali dello scudo, ossia quelli a breve termine per cassa, in quanto mediamente più costosi, più volatili ed erogati per fabbisogni che in questo momento mostrano fortissime tensioni (il capitale circolante netto operativo). Sarà interessante capire quanta parte di questi denari -in grado, almeno potenzialmente, di modificare per oltre 2/3 la struttura finanziaria delle imprese italiane- sarà effettivamente utilizzata per ridurre l’indebitamento a breve verso banche o, complici anche i commercialisti, si preferirà continuare nel ricorso disinvolto alla leva finanziaria. Magari dimenticando che non solo un’impresa che riduce il proprio indebitamento è percepita come meno rischiosa dai finanziatori -che la sostengono più a buon mercato, anche applicando i “vecchi” rating di Basilea 2- ma anche che si verificherebbe una riduzione della componente più redditizia degli impieghi bancari, quelli economici verso le imprese. Costringendo le nostre banche, la cui formula di intermediazione si basa ancora prevalentemente sul margine di interesse, a rifare i conti per non ritrovarsi con le sgradite sorprese provocate da un concorrente inatteso, il capitale di rischio.

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Energia, trasporti e infrastrutture Fiat Sviluppo

L’auto di campagna.

Il Presidente del Venezuela, Hugo Chavez

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha minacciato di esproprio Toyota, GM e Chrysler-Fiat, ipotizzando altresì di convocare immediatamente i cinesi, se non saranno prodotte auto con nuove tecnologie e se le stesse non saranno destinate alle aree rurali.

La carenza di offerta sul mercato interno venezuelano sarebbe legata proprio alle politiche economiche del governo del dittatore sudamericano, improntate all’applicazione di alti dazi all’importazione, che obbligano i produttori ad assemblare le auto in loco, con tutte le inefficienze del caso. Non si deve dimenticare, peraltro, che i volumi prodotti nel Paese sudamericano sono talmente modesti da non consentire il raggiungimento delle economie di scala proprie dell’applicazione delle nuove tecnologie.

Infine, più che preoccuparsi che i contadini possano acquistare auto abbassandone i prezzi -anche le auto più economiche prodotte in Cina o in India sono verosimilmente troppo care per il reddito di un campesino– l’istrionico Chavez farebbe bene ad occuparsi del reddito pro-capite dei suoi concittadini, di campagna e, probabilmente, anche di città.

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Banche Mariella Burani

Morire di pizzicotti (lasciando i soldi in Libano).

Cedro del Libano

L’agonia del gruppo Burani sembra infinita. La famiglia Burani ha chiesto a Mittel di differire la vendita del 20% di Greenholding, richiesta per la quale sono in corso trattative. Mariella Burani Fashion Group, d’altra parte, dopo il voto favorevole alla ricapitalizzazione espresso nell’assemblea del 16 dicembre scorso, non ha ancora visto un solo centesimo dell’aumento promesso dalla famiglia. Le cui disponibilità liquide, d’altra parte, scudo o non scudo, sono ancora depositati presso una finanziaria libanese (sic) e non in un conto vincolato, come chiedevano le banche. La vicenda assume contorni sempre più levantini, absit iniuria verbis, dal momento che senza la sia pur ridicola quota della famiglia (10% del debito attuale, contro quasi l’80% del capitale sociale detenuto) le banche non daranno il loro consenso alla ristrutturazione del debito.

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Rischi Risparmio e investimenti

Scottature (da bond).

E sempre a proposito di rendimenti, da segnalare ed approfondire, un articolo del 27 dicembre comparso sul Sole 24 Ore, che illustra 5 regole da seguire per evitare di cadere nelle trappole dell’illusione monetaria legata agli alti rendimenti o nella “sicurezza garantita” delle obbligazioni, BOT in primis, rispetto ad altre forme di investimento.

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Banche Rischi Risparmio e investimenti

Warning! High yield!

Un severo editoriale del Sole 24 Ore del 29 dicembre ammonisce il lettore dai rischi legati, ça va sans dire, agli elevati rendimenti.

Aggiungendo peraltro che la crescita dei rendimenti è da considerare foriera di problemi per la sostenibilità del debito pubblico, il mantenimento di un rating elevato da parte degli Stati Sovrani emittenti e, in generale, per tutta la c.d. exit strategy dalla crisi.

Il warning va bene, e ci mancherebbe. Forse sarebbe il caso di segnalarli più spesso, certi rischi, anche a costo di apparire pessimisti o peggio, evitando certe paginate del sabato intitolate, vedi caso, “Caccia agli alti rendimenti” o simili. Se la crisi, infatti, non sembra aver modificato il comportamento di molte delle banche principali, allo stesso modo pare non avere insegnato nulla ai risparmiatori, a quanto pare mai sazi di bastonate. L’educazione finanziaria non finisce mai.

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Educazione Rischi

Bassa propensione al rischio.

Giuseppe Adamoli e famiglia, dalla rete

L’ISTAT ha pubblicato un rapporto dal quale, secondo Il Sole 24 Ore, si evincerebbe che i “mammoni per forza” sono un vero e proprio problema strutturale del nostro Paese e che, soprattutto, ciò sarebbe dovuto “principalmente alla difficoltà di trovare lavoro e casa: se poi si è donna e si vive nelle regioni meridionali, gli elementi di criticità si aggravano ulteriormente. E la possibilità di fare figli si allontana.”

Eppure, lo stesso articolista, qualche riga più sotto afferma, riportando i risultati del rapporto, che tra gli italiani di 18-39 anni che sono rimasti in famiglia tra il 2003 e il 2007, il 47,8% dichiara che il motivo è la presenza di problemi economici, mentre il 44,8% si confessa più «bamboccione» dichiarando di stare «bene così mantenendo la sua libertà».

Dunque quasi la metà di coloro che sono rimasti in famiglia non lo ha fatto per problemi economici, lo ha fatto perché non ha nessuna voglia di rischiare. Non si può sempre tirare in ballo la povertà per giustificare scelte che hanno una chiara e precisa radice culturale, quella di genitori che non educano, che non camminano dietro ai figli lasciando che inciampino, si graffino, imparino ad andare sulle proprie gambe: no, questi genitori camminano davanti, così che i figli non si facciano male, non sperimentino nulla di meno che sicuro, non corrano rischi. Così la vita vera si allontana ma, soprattutto, si allontana il senso e la coscienza della responsabilità personale.