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Banche Lavorare in banca Lavoro

Ti amo, bancario.

Luciana Littizzetto

Il Sole 24 Ore Plus, di sabato 14 novembre -lo so, sono in ritardo- titola “Rivoglio il mio bancario”, occhiello “Effetto esuberi in agenzia”. E ancora: “tra la clientela aumenta la domanda di riferimenti e rapporti più stabili. Viaggio nella rivoluzione (?) allo sportello tra turnover e ritorno alla tradizione”.

Chiamando le cose con il loro nome, si chiamerebbe “hot water discovery”, una banalità sconcertante. L’acqua calda che emerge dall’inserto del quotidiano era stata trattata oltre dieci anni fa in uno dei contributi del Servizio Studi della Banca d’Italia, dal quale emergeva che la volatilità della clientela dipendeva dalla instabilità delle relazioni intrattenute. Grandi banche, relazioni volatili, banche locali relazioni stabili. Pare che la bollente scoperta emerga da un rapporto ABI, i cui risultati sono contenuti nell’articolo citato.

Al rapporto va, comunque, il merito di aver rimesso a tema la questione del relationship banking. Forse andrebbe ricordato che quando le grandi banche proponevano il modello del transaction banking, al fine di creare valore, nessuna voce critica si è alzata, perché l’unica cosa che contava era il ROE obiettivo ed altre amenità. Ora si scopre che il modello delle banche locali è vincente perché basato sulla relazione, ovvero, orrore per il conto economico del banchiere, sul peggiore dei costi operativi, quello del lavoro. Gli ultimi mesi hanno aiutato a capire che le persone, risparmiatori ed imprenditori, vogliono riferimenti, altrettanto personali. E che la banca è un’azienda di servizi, tanto migliori quanto più curati da personale adeguato. Se la crisi fosse servita almeno a questo, non sarebbe passata invano.

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Banche Banche di credito cooperativo Fabbisogno finanziario d'impresa Giulio Tremonti Mario Draghi PMI

La Banca per il Sud: capitali e capitale umano.

Il Foglio di oggi, 3 dicembre 2009, dedica ampio spazio alla riproposizione della Banca per il Sud da parte del ministro per l’Economia, Giulio Tremonti. Il giornale riporta che “(..) non tutti nel Pdl sono persuasi della bontà, e della realizzabilità, del progetto; anche se alla fine l’approveranno, è la valutazione unanime che si raccoglie in ambienti parlamentari di centrodestra. Le critiche comunque non sono più latenti. In una parte del centrodestra circola un documento tecnico – che il Foglio ha letto – in cui si contestano e si smontano le basi della Banca del Sud. Nel documento si dimostra, secondo gli autori, come il progetto sostenga per lo più la nascita di nuove Bcc. La creatura del titolare di via Venti Settembre approderà comunque alla Banca d’Italia, cui spetta l’ultima parola sulla nascita di imprese creditizie. Palazzo Koch, finora, non ha ricevuto alcun dossier dal Tesoro, e perciò non ha preso posizione. Agli addetti ai lavori, però, non è sfuggito l’intervento del governatore della Banca d’Italia, giovedì scorso in occasione di un convegno proprio sul Mezzogiorno. Senza riferimenti diretti, Draghi ha detto implicitamente che della Banca del Sud non si avverte l’esigenza. “Non ci sono marcate divergenze nell’andamento del credito tra centro, nord e mezzogiorno”. Il problema non va ricercato nella stretta dei finanziamenti: “Prestiti e costo del credito hanno avuto dinamiche simili nelle due aree”. Non solo: anche al sud continuano a nascere nuove banche. Le parole di Draghi non lasciano spazio a interpretazioni. Come se non bastasse, a distanza di ventiquattr’ore dalle parole del governatore, è arrivato il secondo affondo di via Nazionale. Il vicedirettore generale di Bankitalia, Anna Maria Tarantola, intervenendo all’assemblea nazionale della Federazione delle Banche di credito cooperativo (Bcc), ha letto una relazione non del tutto elogiativa del sistema banco-cooperativo. Tanto che non ha esitato a sollevare rilievi sulla crescita delle sofferenze, il sistema dei controlli, la governance, la gestione dei rischi e l’organizzazione delle Bcc.”

Fin qui il reportage del Foglio, che ho citato quasi per intero nella sua parte più importante.

A prescindere dal parere, pur decisivo, della Banca d’Italia, la riproposizione della Banca per il Sud viene giustificata come il varo di una creatura genuinamente tremontiana, smarcata dall’appiattimento sulla Lega, strumento decisivo di politica economica per la ripresa.

Alcune riflessioni si impongono.

Anzitutto, se davvero il progetto sottintendesse la creazione di nuove Bcc nel Mezzogiorno non sarebbe male ricordare che le Bcc nascono e si sviluppano per la libera iniziativa e responsabilità di soci che, sul territorio, mettono cuore e cervello, risorse e capitale umano, per superare i problemi cooperando. La scomparsa, oltre che dei principali banchi meridionali, anche di tante Bcc al Sud testimonia che, nonostante la buona volontà e le buone intenzioni, la cattiva qualità del credito è in re ipsa, è nell’andamento delle imprese finanziate, nel loro scarso equilibrio economico ed ancor più modesto equilibrio finanziario. Non molti anni fa al sottoscritto capitò di visitare una Bcc siciliana che aveva assorbito, per ovvie ragioni di bandiera –e grazie ad una capitalizzazione monstre-, una consorella con l’80% (sic) di sofferenze sugli impieghi. Le banche non sono il motore dello sviluppo, subiscono l’ambiente economico e, se sono banche locali, “costrette” dalla legge a fare credito in prevalenza ai soci, subiscono ad evidenza il rischio di contagio da parte dell’ambiente stesso.

Una seconda riflessione concerne il richiamo della Vigilanza. Chi ha partecipato all’assemblea di Federcasse sa che Anna Maria Tarantola non si è limitata a richiamare le banche di credito cooperativo sulla qualità del credito, ma le ha anche invitate a fare una riflessione sulla qualità del “capitale umano” impiegato, spesso, nei livelli direttivi, proveniente da grandi istituti e, perciò stesso, portatore di una cultura e di un modo di operare che non ha nulla a che vedere con il tipico relationship banking delle banche locali. Su questo punto evidentemente, nelle scelte, a parere di chi scrive, miopi, di tante banche di credito cooperativo, pesa un complesso di inferiorità tecnica che, al contrario, sarebbe bene eliminare. Le Pmi non hanno bisogno appena di buoni valutatori che le giudichino sulla base di algoritmi, hanno bisogno di persone che stiano loro accanto, che le assistano e le seguano nelle loro scelte, che le indirizzino e le guidino: proprio ciò che le grandi banche non hanno mai saputo fare.

La Banca per il Sud, se queste sono le premesse, non nasce sotto buoni auspici, al di là di ogni buona intenzione. E, soprattutto, se davvero si intende lavorare per la sua costruzione, occorre mettere in preventivo un congruo periodo di tempo per formare il capitale umano, il vero problema di una banca del territorio.

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Banche Bolla immobiliare Crisi finanziaria

Basi costruttive.

“I negoziati procedono su basi costruttive”, così è stato affermato in un comunicato di Dubai World, la holding governativa che detiene le partecipazioni in circa una ventina di società dell’emirato (ma il cui debito lo Stato del Dubai non garantisce: chissà che ne direbbe Maometto di una simile eventualità o se nel Corano viene contemplato qualcosa per chi emette “bond islamici”, ipocrisia finanziaria allo stato puro).

Ovvero, a quanto pare, saranno messi in vendita i gioielli di famiglia, ma non tutti, con ovvio e conseguente ridimensionamento dei piani di sviluppo dell’Emirato. Sarebbe interessante saperne di più, ma la trasparenza, l’accountability e tutte le belle cose che le anime belle che predicano la creazione e la diffusione del valore di insegnano a Dubai, è proprio il caso di dirlo, non alloggiano. Nei manuali si chiamerebbero asimmetrie informative, le scelte fatte dagli investitori, sbagliando ex-ante, selezione avversa o adverse selection la conseguenza di tali scelte. Finché le compie la sora Ceciona, la scelte errate, rien à dire: ma quando le principali banche ci lasciano, per dir così, gli zampetti, possiamo lecitamente avanzare qualche dubbio sulle prediche circa la creazione e la diffusione del valore, la comunicazione finanziaria ed altre amenità?

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Banche Rischi Risparmio e investimenti

Scovare (?) i rendimenti.

Con un articolo dal titolo cinofilo-tartufologo, Il Sole 24 Ore spiega dove e qualmente possano essere inseguiti, ricercati ed alfine trovati gli agognati alti rendimenti. Gli studenti di economia lo dovrebbero sapere bene -quelli dei miei corsi sicuramente- che ad alti rendimenti si accompagnano rischi elevati, sempre: ma non giurerei su tutti gli studenti di economia, figuriamoci su letterati, impiegati del catasto, ingegneri o pittori edili. L’articolo è per specialisti, ma è sul web, a disposizione di tutti. Non si pretende il caveat -in Bocconi direbbero warning– per ogni articolo sul tema, ma se si va a leggere la collezione del quotidiano i titoli non erano molto dissimili qualche anno fa. E lo stesso, naturalmente, potrebbe dirsi per il Corriere Economia o altri inserti specializzati. Non è peccato parlare di alti rendimenti. Ma, sinceramente, all’alba della fine del 2009, mi aspettavo qualche considerazione in più sul tema dell’educazione e della cultura finanziaria. Capisco, non fa vendere: ma Il Sole 24 Ore si compra comunque, a prescindere.

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Crisi finanziaria Economisti

Economisti ed attenzione alla realtà.

Esther Duflo

Alessandro Merli, sul Sole 24 Ore di ieri, 2 dicembre, commentando il premio della MacArthur Foundation alla giovane economista del MIT Esther Duflo, sostiene che “nella patente di genio (e i 500mila dollari di premio) assegnata a Esther Duflo, può esserci un messaggio per la professione degli economisti, così duramente criticata durante e dopo la crisi globale. Per riconquistare credibilità, dovranno adeguare l’analisi ad un livello di complessità superiore a quella contemplata finora e imparare a sporcarsi le mani con la realtà.”

È tutto molto vero quello che afferma Merli, soprattutto se si ripensa ad alcune affermazioni fatte di recente da Merton, il cui essere premio Nobel non lo rende meno censurabile ma, evidentemente, anche non meno degno di essere intervistato dallo stesso giornale che, appunto, lancia controllati anatemi contro gli economisti. Il cui compito e la cui figura andrebbe sicuramente ripensata, prima di tutto a livello personale, in termini di ciò che si studia, si ricerca, di analizza, sotto il profilo delle persone con cui si lavora, dei temi di indagine, delle idee sostenute. Si leggano i curricula, carta canta. Ma forse sarebbe il caso di ripensare anche al ruolo improprio che tanta pubblicistica, spesso, a mio parere, in malafede, assegna agli economisti. Che da consiglieri del principe sarebbero talvolta divenuti principi essi stessi, non rispondendo al popolo sovrano; il che, a mio sommesso avviso, non corrisponde alla realtà. Senza considerare, da ultimo, e non ci stancheremo mai di dirlo, che l’economia è una scienza sociale, come la sociologia, per esempio. E nessuno si è mai sognato di fare processi, che so, a Francesco Alberoni o a Giuseppe De Rita per errate analisi sulla realtà.

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Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Asimmetrie informative.

In un intervista a Giampio Bracchi, a firma Mo.D., comparsa oggi sul Sole 24 Ore, si afferma che “Per le Pmi italiane il private equity (è) pronto con 4 miliardi”.

L’intervista è degna di nota, sia per l’autorevolezza dell’intervistato, che è presidente di AIFI, ovvero dell’associazione italiana investitori in private equity e in venture capital, sia per l’argomento trattato, che invita a ripensare, in chiave italiana, all’esperienza dell’omologa d’Oltralpe Cassa Depositi e Prestiti -la Caisse des Dépots– che nell’arco di dieci anni ha realizzato investimenti per 8,8 miliardi in 4mila imprese. Bracchi invita il governo a ripensare al funzionamento del fondo di patrimonializzazione per le Pmi, pur necessario, ma che va ripensato in chiave di “fondo di fondi”, ovvero in termini di partnership pubblico-privato. La proposta di Bracchi, a nome di AIFI, prosegue interessando e coinvolgendo anche le banche, che potrebbero finanziare l’impresa meritevole di intervento, impegnandosi contemporaneamente a finanziare le operazione di LBO da parte dell’imprenditore supportato dall’investitore istituzionale.

Fin qui tutto bene. Tuttavia la chiamata alle armi dei fondi pubblici non convince pienamente, perché Bracchi afferma che il fondo pubblico “arriva in un momento in cui è difficile per l’industria dei fondi di private equity tornare sul mercato per nuova raccolta.” Quindi? E’ meglio non rischiare da soli? Oppure le asimmetrie informative che l’investitore istituzionale in capitale di rischio -in Italia in verità mai troppo impegnato nella primissima fase del ciclo di vita dell’impresa- incontra normalmente, si affrontano meglio in compagnia del partner pubblico? Se 8 miliardi hanno prodotto buoni frutti in Francia, paese storicamente più avanzato del nostro per quanto riguarda il private equity, perchè 4 non dovrebbero, per intanto, bastare?