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Crisi finanziaria Economisti

Le conseguenze economiche di Mr.Darwin.

Niall Ferguson, docente di storia moderna all’università di Harvard, ritiene che gli economisti debbano imparare da Darwin. E, alla luce di quanto insegnato dalla crisi, costruisce un classifica dei migliori e dei peggiori economisti, le cui idee, rilette appunto in funzione del parametro “crisi”, avrebbero funzionato=economisti promossi, si sarebbero rivelate fallaci=economisti bocciati.

Ovviamente Adamo Smith e Milton Friedman non possono che finire fra i cattivi, Keynes, Smith e Kindleberger fra i buoni. In mezzo ai quali c’è anche Carletto Marx, il cui merito sarebbe quello di avere individuato nelle contraddizioni interne del capitalismo la nascita della crisi.

L’articolo è stimolante e contraddittorio, tradisce l’impostazione dell’autore e, giustamente, il suo convincimento ideologico personale. Il che ingenera, talvolta, un po’ di confusione nel lettore. Ma è la conclusione cui giunge Ferguson che lascia davvero perplessi, perché appare per quello che è, ovvero un puro concentrato di ideologia. Ferguson, infatti, non solo afferma che “siamo tutti darwinisti” -e qui, come direbbe la mia amica Manuela, io aggiungerei:“Parla per te!”– ma lo saremmo, appunto, tutti, tranne due specie rare, secondo l’insigne studioso evidentemente destinate alla scomparsa: quelli che “vivono negli strani mondi paralleli della finanza garantita dallo Stato” nonché “del fondamentalismo cristiano”.  Non sono certamente statalista, né la crisi mi ha fatto diventare tale. Ma, con buona pace di Ferguson, non mi sento fondamentalista, pur essendo cristiano e creazionista. La materia, non si crea da sola, diversamente sarebbe lei il principio e la divinità: e le domande ultime, quelle sul significato, non le ha risolte Darwin nè, tantomeno, il suo entusiasta ammiratore di Harvard. Che stecca, nelle conclusioni, quando afferma con eccesso di enfasi, che “Darwin merita di sicuro di essere messo in cima a tutte le classifiche dei migliori intellettuali moderni. Vivi o morti che siano”. Amen.

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Banche Sud

Banca per il Sud, partenariato e (pennacchi di) fumo.

Si è svolto a Napoli il convegno, organizzato da piccola industria di Confindustria, dal titolo “Crescere insieme alle imprese”. Nel corso del convegno Vincenzo Boccia, presidente dei piccoli industriali, ha affermato che l’obiettivo di Confindustria e della Piccola industria “sarà quello di stimolare un partenariato industriale ed economico con gli istituti di credito.”

Molto apprezzata anche l’iniziativa della Banca per il Sud, che a dire del Presidente Boccia, sarebbe “un elemento in più di concorrenza per il sistema bancario”.

Quanto al partenariato, pur memore di eccellenti iniziative intraprese con le banche da imprenditori assai dinamici -valgano per tutte i progetti su Basilea 2 portati avanti con la Camera di Commercio di Napoli e la Compagnia delle Opere della Campania- rimango assai perplesso quando ne sento parlare, poiché ritengo che si tratti sovente di parole che, nella realtà, non intaccano la qualità delle relazioni di clientela, assai scarsa nel nostro Paese, tanto più al Sud. Relazioni che avrebbero certamente bisogno di un partenariato, ovvero di una banca di riferimento, ma ricordando che i rapporti in tal senso nascono e si sviluppano a partire da fiducia e, soprattutto, trasparenza reciproca. Su questo punto specifico i prossimi mesi metteranno alla prova banche e imprese, sperando che non finisca tutto nel solito modo ma, soprattutto, che non si finisca a parlare di soli quattrini, perché il fabbisogno delle Pmi di competenze in campo finanziario è abissale.

Per quanto riguarda la Banca per il Sud, è difficile immaginare qualcosa di diverso, rispetto all’affermazione fatta da Boccia, di un po’ di wishful thinking, tanto più alla luce delle recenti prese di posizione della Banca d’Italia. Al Sud non serve la concorrenza fra le banche, servono imprese disposte ad aprirsi e banche disposte a comprenderne le esigenze, che sono, giorno dopo giorno, molto più complesse ed articolate rispetto a quella che pare la prospettata operatività della creatura di Tremonti. Se poi ciò che verrà fuori, come ventilato in un post di ieri, è la nascita di nuove Bcc, non sarà la concorrenza l’elemento distintivo sul quale si potrà fondare un giudizio, nel merito, positivo. Stiamo a vedere, per il momento c’è sicuramente molto fumo in cima al Vesuvio del rapporto banca-impresa: perché ne venga fuori altro è necessario fare ancora molti passi, al Sud come nel resto del Paese.