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Bolla immobiliare Crisi finanziaria Economisti

Robert Merton:”Il problema non sono gli strumenti, ma il modo con cui sono utilizzati.” Forse mancavano le istruzioni per l’uso?

Robert Merton, Nobel per l'economia 1997

Il Premio Nobel per l’economia, Robert Merton, ha dichiarato che non solo sono possibili nuove bolle, ma anche che gli strumenti finanziari innovativi non sono i responsabili della crisi, che dipende, invece, dall’uso che se ne è fatto.
E’ vero ciò che dice Merton, ed è in linea di principio molto condivisibile.
Vi sono solo due piccole considerazioni di opportunità, oltre che di merito, circa le affermazioni di Merton, ad onore del quale va detto che difende ovunque e con accanita ostinazione le sue posizioni.
La prima riguarda il fatto che le invenzioni di Merton hanno trovato applicazione pratica sbagliata e frutto di moral hazard proprio grazie a Merton stesso, che insieme a Scholes ha evitato il fallimento del Long Term Management Capital -LTCM- solo grazie all’allora Governatore della Fed, Alan Greenspan. La seconda considerazione è di opportunità: è vero che non sono i fabbricanti di armi che le usano, non ammazzano e neppure danneggiano direttamente alcuno. E, d’altra parte, le armi stesse, servono alla polizia per proteggere i cittadini, il territorio, le persone ed i beni. Ma davvero non genera rimorso alcuno, anche alla luce dell’esperienza LTCM, l’aver inventato armi così sofisticate come i derivati senza neppure preoccuparsi di diffondere adeguate “istruzioni per l’uso”?

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Banche

Bilanci sociali, bilanci normali e ideologia: una storia italiana.


Due anni fa mi capitò di parlare con un funzionario di alto grado del Monte dei Paschi, responsabile dell’area corporate per due importanti regioni italiane. Davanti ad uno splendido mare –ma anche a numerosi piatti di pesce cucinati a regola d’arte- appresi da quel funzionario che Banca Monte dei Paschi era una banca attenta ai valori etici, il cui bilancio sociale rispecchiava tale attenzione e per farmelo capire mi portò questo esempio.

Il Monte dei Paschi finanzierebbe senza problemi un’azienda che produce paracadute destinati ad essere usati per diporto, ovvero paracadutismo sportivo. Ma si asterrebbe inorridita dal finanziare la stessa azienda, magari in possesso di un migliore merito di credito, se gli stessi paracadute fossero destinati non diciamo ai marines imperialisti made in USA, ma ai più nostrani Carabinieri o all’esercito italiano, impegnati in missioni di pace.

Dunque l’etica, ammantata di molto moralismo, come saldo presidio dell’operatività dell’unica banca di riferimento di Mr.D’Alema.

Sarebbe interessante, bilancio normale o bilancio sociale non importa, sapere:

  1. dove sono state collocate le pazzesche cifre sborsate per acquistare AntonVeneta, a suo tempo pagata a prezzi da inflazione;
  2. chi ha fatto i sondaggi con l’Antitrust prima di decidere di procedere, dal momento che vi sono almeno 150 sportelli da cedere;
  3. prima ancora dell’Antitrust, chi seguiva il marketing territoriale: magari costui era a conoscenza del fatto che vi erano numerose sovrapposizioni territoriali, prima di tutto in Toscana. Ovvero, che si stava procedendo ad acquistare agenzie in territori già presidiati, dal 1472;
  4. come verranno contabilizzate le perdite derivanti dalle cessioni degli sportelli rispetto al valore di carico (AntonVeneta è stata acquistata al prezzo pazzesco di circa 9 miliardi di euro), dal momento che il prezzo medio è di circa 4 milioni per agenzia e che a Rocca Salimbeni hanno commentato che “abbiamo fatto del nostro meglio, considerate le condizioni del mercato”.

Dunque gli azionisti di Monte dei Paschi meritano una banca etica, che non finanzia guerrafondai, produttori di sigarette  e gestori di bordelli del Nevada.

Ma evidentemente non meritano la creazione di valore.

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Borsa Rischi Risparmio e investimenti

La piramide dell’investitore.

La Piramide di Cheope

E’ uscita la terza edizione del volume Capire la borsa di Marco Liera, giornalista del Sole 24 Ore e curatore dell’inserto Plus del sabato.

Il libro tratta, come di consueto in maniera chiara e comprensibile i meccanismi del mercato azionario, individuando un modello, definito appunto la “piramide dell’investitore” che dovrebbe aiutare il risparmiatore nelle sue scelte. Marco Liera non necessita della mia recensione, che sarebbe peraltro favorevole e, infatti, questo non è lo scopo di questo post. Piuttosto sarebbe interessante sapere quante persone, fra tutti coloro che il libro lo comperano o si apprestano a farlo, leggeranno effettivamente e soprattutto faranno proprie le sacrosante parole del giornalista quando dice che “solo una minoranza di cittadini ha le caratteristiche per investire in strumenti azionari.” E se il-fai-da-te viene definito molto pericoloso, Liera afferma anche che è molto difficile trovare “consulenti senza conflitti di interesse in grado di gestire le reazioni emotive di chi investe nelle borse di fronte agli inevitabili rovesci degli indici.”

Ovvero, non solo è bene fare attenzione ad entrare nella Piramide ed avventurarsi in essa, ma occorre sapere tenere a bada l’emotività. Che è l’opposto del raziocinio e della valutazione di tutto ciò che, al contrario di quello che pensano molti, non è un gioco, ma è fare scelte consapevoli di destinazione del proprio risparmio.

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Borsa

Quotarsi un po’.

Assinform, l’associazione di categoria delle imprese attive nell’information technology, ha patrocinato un workshop su imprese tecnologiche e Borsa, tenutosi a Milano il 27 novembre scorso, durante il quale è stato annunciato che, nel settore hi-tech, vi sono più di 200 aziende che avrebbero già le carte in regola per la quotazione ed oltre 600 potenzialmente quotabili.

Paolo Angelucci, presidente di Assinform, ha dichiarato altresì che “l’IT italiano è una vera e propria industria e per questo ha bisogno di un supporto adeguato da parte delle banche e delle istituzioni. (..) Per le imprese dell’IT italiano quotarsi significa migliorare la propria situazione patrimoniale, avere quindi maggiore visibilità ed essere capaci di crescere attraverso l’internazionalizzazione.”

Sono certamente interessanti i numeri presentati da Angelucci nel corso del workshop, che anche grazie all’intervento di Barbara Lunghi, di AIM Italia (il segmento già della Borsa di Londra destinato alle Pmi) ha posto le basi per un’ipotesi di sviluppo di un settore strategico per qualunque economia. Non si deve dimenticare che negli USA è proprio lo stretto legame fra mercati, università ed aziende che fanno ricerca che ha consentito al settore IT a stelle e strisce di primeggiare a livello mondiale.

Tuttavia, proprio a partire dalle dichiarazioni di Angelucci, varrebbe la pena fare qualche riflessione realista.

In primo luogo circa il momento in cui cadono queste affermazioni. Se quasi 800, fra aziende già pronte ed altre che potrebbero esserlo, sono ad un passo dalla quotazione, perché non l’hanno fatto prima? Per un problema culturale, perché il capitalismo italiano è familiare, insomma per le note ragioni che spiegano il sottosviluppo della nostra Borsa Valori come un problema di offerta e non di domanda?

E ancora: siamo proprio sicuri che la patrimonializzazione -il professore puntiglioso direbbe capitalizzazione, mezzi propri- sia un veicolo per essere maggiormente visibili? Non dovrebbe essere il veicolo per essere liberi da debiti, dotati di maggiori risorse finanziarie e di una incrementata capacità di indebitamento, per svilupparsi, creare valore e generare utili attraverso investimenti e crescita? Qualunque ragione è legittima per quotarsi, compresa quella -più normale e meno dichiarata- del realizzo dell’investimento iniziale dei soci senior: ma non sarebbe meglio evitare di ingenerare equivoci sul marketing, spiegando che la quotazione dovrebbe servire, anzitutto, a raccogliere risorse stabili e destinate allo sviluppo?

L’internazionalizzazione, infine, non è un valore in se stessa: si accompagna alla quotazione in Borsa, ma anche no, come insegnano i due casi da manuale italiani, Ferrero e Barilla. E internazionalizzarsi è una conseguenza dello sviluppo, di uno sviluppo che deve -o dovrebbe- restare equilibrato, non gonfiato e privo di agganci alla realtà, come certe storie, anche recenti, insegnano.