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Educazione Rischi

Bassa propensione al rischio.

Giuseppe Adamoli e famiglia, dalla rete

L’ISTAT ha pubblicato un rapporto dal quale, secondo Il Sole 24 Ore, si evincerebbe che i “mammoni per forza” sono un vero e proprio problema strutturale del nostro Paese e che, soprattutto, ciò sarebbe dovuto “principalmente alla difficoltà di trovare lavoro e casa: se poi si è donna e si vive nelle regioni meridionali, gli elementi di criticità si aggravano ulteriormente. E la possibilità di fare figli si allontana.”

Eppure, lo stesso articolista, qualche riga più sotto afferma, riportando i risultati del rapporto, che tra gli italiani di 18-39 anni che sono rimasti in famiglia tra il 2003 e il 2007, il 47,8% dichiara che il motivo è la presenza di problemi economici, mentre il 44,8% si confessa più «bamboccione» dichiarando di stare «bene così mantenendo la sua libertà».

Dunque quasi la metà di coloro che sono rimasti in famiglia non lo ha fatto per problemi economici, lo ha fatto perché non ha nessuna voglia di rischiare. Non si può sempre tirare in ballo la povertà per giustificare scelte che hanno una chiara e precisa radice culturale, quella di genitori che non educano, che non camminano dietro ai figli lasciando che inciampino, si graffino, imparino ad andare sulle proprie gambe: no, questi genitori camminano davanti, così che i figli non si facciano male, non sperimentino nulla di meno che sicuro, non corrano rischi. Così la vita vera si allontana ma, soprattutto, si allontana il senso e la coscienza della responsabilità personale.

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Basilea dos

Il nuovo direttore generale dell’ABI, Sabatini, in un’intervista al Sole 24 Ore, parla dei tempi lunghi necessari per l’approvazione dei nuovi accordi di Basilea, che si vorrebbero improntati al modello del dynamic provisioning, sulla scorta di quanto già attuato da Spagna e Canada. In particolare si tratterebbe di accantonare, in periodi favorevoli, maggiori somme destinate a rafforzare il capitale, in vista di quei momenti, negativi, per i quali l’accantonamento potrebbe essere inferiore, al fine di attenuare o ridurre la pro-ciclicità dell’attuale sistema. Sabatini individua nel trattamento fiscale, sfavorevole, e nella necessità di rispettare i principi contabili internazionali IAS i due ostacoli principali ad una rapida approvazione delle modifiche all’attuale, inadeguata, normativa di vigilanza. Il problema fiscale è reale, e su questo punto l’attività di lobbying dell’ABI, complice la crisi, si è fatta più pressante ed efficace. Quanto agli IAS, il problema potrebbe essere risolto molto più in fretta se solo i governi avessero in animo lo stesso decisionismo praticato per i salvataggi durante la crisi: sarebbe difficile immaginare che, a causa dell’opposizione dei gran sacerdoti della ragioneria internazionale non si possa procedere a modifiche importanti e sostanziali.

Più complicata la questione per quel che riguarda la capitalizzazione delle banche ed i tempi di attuazione dell’ipotesi spagnola-canadese. Sabatini sostiene che i due Paesi si fossero attrezzati in tempi precedenti alla crisi e dunque che adesso non si possa avere fretta; resta che lo hanno fatto, dunque non dovrebbe essere un’impresa così ardua e titanica. Sabatini, peraltro, fedele al suo compito istituzionale, si mostra restio sull’argomento della ricapitalizzazione delle banche, invocando maggiore trasparenza e capitalizzazione da parte delle imprese. Nulla di nuovo sotto il sole, si tratta di argomenti già visti, che sono puntualmente tirati fuori nel dibattito da ormai più di dieci anni, ma che a questo punto fanno sorgere almeno tre domande:

  1. siamo certi che l’atteggiamento delle banche muterebbe, ove Basilea “3” si mostrasse meno-prociclica?
  2. la ri-capitalizzazione delle banche non dovrebbe essere ancora più importante di quella delle imprese, dal momento che è finalizzata a tutelare anzitutto i risparmiatori depositanti?
  3. e, infine, se davvero le imprese ri-capitalizzassero massicciamente, attingendo magari a somme depositate presso le banche stesse e, a questo punto, anche opportunamente “scudate”, che ne sarebbe del margine di interesse, eroso dalla riduzione dei volumi di raccolta e impieghi?