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Banche Rischi Risparmio e investimenti

Ban-coop

Una ricerca di R&S-Mediobanca sulle Coop rende noto che le cooperative, raccogliendo presso i clienti soci, hanno raggiunto una dimensione assai ragguardevole, pari a quella del Banco di Sicilia, per esempio, o doppia di quella di Banca Mediolanum. La remunerazione riconosciuta ai clienti soci, pari al 2% lordo, è certamente assai conveniente per il grande gruppo della distribuzione italiana, che riesce in tal modo a finanziarsi a tassi molto più bassi di quelli di mercato e spunta, come è logico, sconti finanziari assai elevati presso i fornitori.

Le lezioni che se ne traggono sono molte, ma almeno due dovrebbero fare riflettere sia le banche, sia i loro lamentosi clienti.

La prima lezione è che i clienti delle Coop si fidano: il vantaggio reputazionale, non intaccato da qualche infortunio ed incidente di percorso, rende certi e sicuri i clienti, che accettano un rendimento comunque non altissimo, ma certamente sicuro e mediamente più elevato di quello del mercato.

La seconda lezione è che quello che Antonella Olivieri sul Sole 24 Ore del 20 gennaio chiama “tesoretto” è investito prevalentemente in impieghi finanziari. Non è la scoperta dell’acqua calda ma, appunto, è una lezione importante, soprattutto per i clienti delle altre banche. Rendimenti così elevati -al livello di quelli di Banca Mediolanum o di Ing Direct o di CheBanca!- si ottengono solo senza il fardello delle spese operative, ovvero tutte quelle spese legate alla gestione delle filiali e, soprattutto, al rischio di credito.

In altre parole, non esistono banche gratis, o se esistono fanno solo una parte del mestiere della banca, la raccolta. O si cerca il contatto personale e la rassicurante, almeno all’apparenza, fisicità di un luogo, di una filiale, oppure ci si attrezza e si va su internet. Tertium, al momento, non datur.

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Crisi finanziaria Fiat

Dovreste provarla.

La Toyota Yaris

E’ vero che anche a Torino hanno tagliato i costi. E’ vero che la Juventus è quella che è anche perché la Famiglia da tempo non ci mette denari, nè intende ricominciare -la quotazione di Borsa, un nonsenso sotto il profilo del business, ma non sotto il profilo del far cassa, sta lì a dimostrarlo- e dunque la politica del rigore, insieme al rilancio, non può che proseguire sulla strada tracciata da Marchionne. Però a Torino non hanno mai subito nello stesso anno (2009) ben 9 successivi richiami di autovetture in officina e oltre 7 milioni di ritiri da novembre. Si parla della politica di tagli e di risparmi maniacali (disattivazione del 50% degli ascensori e degli asciugamani elettrici nei servizi: non ci è dato di sapere nulla della carta delle calcolatrici, ma possiamo immaginarlo, abbiamo degli amici a Riccione, patria romagnola del braccino corto) messa in atto dall’ex-numero uno di Toyota, Katsuaki Watanabe. Risparmiare sulla qualità della componentistica per un’azienda che ha fatto del binomio qualità elevata/prezzo modesto il punto vincente della sua strategia commerciale, ha un solo nome: harakiri.

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Banche Crisi finanziaria USA Vigilanza bancaria

Credit crunch prossimo venturo.

Lorenzo Bini Smaghi tranquillizza, sul Sole 24 Ore dei giorni scorsi, rispetto agli effetti di Basilea 3, ovvero la revisione degli accordi di Basilea 2, in fieri in questi giorni. Nello stesso giornale, venerdì 29, Alessandro Graziani riporta i timori di Morgan Stanley la quale, in un’analisi resa pubblica in questi giorni, sostiene che il sistema bancario europeo avrà bisogno, entro il 2012, di 83 miliardi di capitale in più. Oppure, stanti gli attuali quozienti a copertura del rischio di credito, dovrà ridurre l’attivo di 1000 miliardi di euro. Paradossalmente, pare che i nuovi criteri allo studio avvantaggino maggiormente le banche USA, nell’immaginario collettivo e non solo, principali colpevoli della crisi, rispetto alle innocenti -nell’immaginario collettivo ma non solo- banche europee: fra le quali le banche italiane sarebbero vieppiù penalizzate dal fatto che le grandi banche annoverano fra i principali azionisti le Fondazioni, ovvero soggetti attenti al territorio. Lasciando stare per ora i commenti sull’applicazione concreta delle nuove norme (si potrebbero per esempio ipotizzare maggiori accantonamenti per il rischio derivante dall’attività finanziaria rispetto a quello derivante dall’esercizio del credito), le riflessioni indotte dalla notizia sono varie.

La prima riguarda la presunzione di innocenza delle banche europee, non solo indimostrabile, ma comprovata dai numerosi salvataggi effettuati dalle autorità inglesi, francesi, tedesche, olandesi e belghe. E quanto a moral hazard, non scherziamo neppure in Italia, vista ricapitalizzazione di Unicredit ed il massiccio ricorso a Tremonti.-bond di Banco Popolare e di Banca Popolare di Milano.

La seconda riguarda i timori di un credit crunch epocale: è vero che il capitale di rischio è per definizione una risorsa scarsa, in banca, ma le prediche fatte al sistema delle imprese perché aumenti la propria dotazione di mezzi propri valgono solo in una direzione? Gli azionisti delle banche sono tutti diventati pezzenti?

La terza questione: affamando la bestia, ovvero, riducendo il credito alle imprese, in concomitanza con il rientro dei capitali scudati, si potrebbe immaginare, come abbiamo già scritto, che le imprese, finalmente, ricapitalizzino in maniera significativa, riducendo di quasi la metà gli impieghi del sistema bancario a breve termine. Senza danni per l’economia, riequilibrando le strutture finanziarie, sgravando i conti economici dal peso degli oneri finanziari.

Infine, le fondazioni. Riesce difficile immaginarle come verginelle, vestali e custodi del genius loci, tutte protese al benessere locale. I CEO delle banche da esse possedute li hanno nominati e plauditi loro, li hanno confermati in funzione dei ROE, li hanno discussi, ipocritamente, solo quando i buoi erano fuggiti dalla stalla. Un po’ di dieta fa bene a tutti, non solo ai cardiopatici.

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Crisi finanziaria

Troppi speculatori?

Il primo ministro greco, George Papandreou, intervistato dal Sole 24 Ore (29 gennaio 2010), afferma che la speculazione sta orchestrando un attacco contro la zona euro, “di cui la Grecia è l’anello debole”. Senza scomodare la teoria dell’agenzia, con tutta la bellissima costruzione dell’agent, del principal e degli incentivi, se avessi studenti, greci o no, ai quali illustrare la questione definirei le lamentele del simpatico primo ministro moral hazard, comportamento opportunistico. La Grecia assomiglia ad un pater familiae, tutt’altro che bonus, il quale anziché rafforzare porte e finestre, chiamare il fabbro e mettere nuovi chiavistelli, spende i soldi per andare in vacanza -magari a Santorini-: e poi si lamenta perché nel suo quartiere ci sono troppi ladri e, ahilui, prendono di mira la sua casa.

N.B.: stanno organizzando il salvataggio di questi allegri custodi della civiltà occidentale, l’Unione europea. Quindi andate in vacanza tranquilli.

N.B.2: la Grecia è un paese meraviglioso, come la Sicilia. Come la Sicilia, sa fare benissimo il frocio con il culo degli altri.

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Felicità Lavoro USA

Volevano solo essere felici.

Giorgio De Chirico, Enigma dell'ora.

Una rincorsa alla felicità perduta attraverso l’indebitamento: questa sembra essere l’idea alla base di uno studio del prof.Stefano Bartolini, dell’Università di Siena, ripreso da Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera di lunedì scorso. Bartolini, che insegna economia politica, nel suo studio, di prossima pubblicazione presso Donzelli, parla solo degli Stati Uniti, ma le domande che ci si pone dopo aver riflettuto sulle sue conclusioni non possono essere ignorate, solo perché siamo un Paese non anglosassone, mediterraneo, magari anche cattolico, dove la famiglia riveste importanza, dove c’è poca mobilità. Premesso che qualcuno dovrebbe spiegare perché, a seconda delle convenienze polemiche, l’essere l’Italia quello che è sia considerato, di volta in volta, virtuoso, segnale di arretratezza, esempio da seguire, ignominia da additare, la questione posta da Bartolini fa riflettere anche da noi. Il problema non è la giustificazione del debito delle famiglie, ad evidenza, cresciuto peraltro anche nel nostro Paese, come ricerche, pubblicistica e tesi di laurea, con relazione del sottoscritto, si sono autorevolmente ed approfonditamente impegnate ad evidenziare. Il problema, negli USA e in Italia, resta quello del senso e del significato di quello che si fa. Mucchetti, nel commentare il lavoro di Bartolini, evidenzia che “il lavoro assatanato esalta la competizione fino al ferino homo homini lupus. La paura del prossimo è diventata (..) alta (..). E’ la spia di un generalizzato declino della fiducia verso tutte le istituzioni (..). Ma questa, con buona pace di Bartolini e di tutti quelli che pensano che gli USA siano peggio, non è altro che la conseguenza di qualcosa che viene prima, ed è la mancanza di senso per tutto quello che si fa: per la vita privata come per il lavoro, per il risparmio, il mettere su famiglia, fare sacrifici, andare via di casa. Negli Stati Uniti come in Gran Bretagna, in Francia come in Germania, in Spagna come da noi. Può essere che la trasformazione degli stili di vita esiga più denaro e che le persone manchino di “beni relazionali”. Ma è proprio perché l’uomo non basta a sé stesso che si fanno regole, sempre più cavillose e dettagliate, che non evitano né le crisi, né i debiti. Accendiamo, come dice Mucchetti, il faro sull’origine comportamentale del PIL: ma prima o poi qualche domanda sul perché dei comportamenti, che non sia solo sociologica, dovremo pur farcela.

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Mariella Burani

Passerelle normative.

Non si può affermare, come tanti fanno, che in Italia nulla cambi e che il nostro Paese sia fermo, senza significativi progressi. Non solo si modificano calendari calcistici e si posticipano partite, argomento che nemmeno varrebbe la pena menzionare, ma si apprende che la famiglia Burani, modificando il codice civile, ha dato mandato al CdA di valutare la messa in liquidazione -o in alternativa il ricorso a procedure concorsuali per il Gruppo- qualora non si verifichi la condizione “dell’impegno vincolante di soci o terzi, inclusi gli istituti finanziatori, a coprire le perdite per un importo minimo di 70,86 milioni di euro”. Dunque la copertura delle perdite delle società di capitali non incombe solo agli azionisti, ma anche ai finanziatori: registriamo la novità normativa, da domani si dovrà modificare molta parte del materiale didattico.

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Banche Crisi finanziaria Lavorare in banca Lavoro

Meglio senza-tetto.

Il Senato della Repubblica ha approvato un emendamento che prevede un tetto per i compensi dei manager bancari, che non potranno superare le indennità dei parlamentari. La questione, ad evidenza, non può essere ridotta ad una semplice valutazione di opportunità, dal momento che è chiaro a tutti come i compensi dei manager bancari, fin troppo collegati a performances di breve periodo, abbiano contribuito a fornire propellente alla crisi finanziaria ed ai suoi effetti sull’economia reale.

Il metodo, tuttavia, non sembra dei migliori. A prescindere dall’autore dell’emendamento, appartenente al gran partito dei moralisti, l’IDV -circostanza che dovrebbe far riflettere sul realismo della proposta- l’emendamento pone vari problemi, soprattutto in tema di libertà economica e di decisioni manageriali. I compensi dei manager, di tutti i manager, esclusi quelli delle imprese pubbliche, dovrebbero essere lasciati nella loro determinazione alla libertà del soggetto economico: diversamente, la proposta profuma molto di dirigismo, oltre che di populismo, il che non sembra un fatto positivo.

Quanto ai manager, la decisione, più che un tetto, sembra un incentivo per avviarli verso carriere altrettanto dorate fuori dal settore finanziario. Senza alcuna garanzia che coloro che accetteranno di assumersi responsabilità, al prezzo della carriera di un deputato, sappiano fare di meglio.

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Banche Crisi finanziaria Giulio Tremonti Vigilanza bancaria

Tu chiamale, se vuoi, emozioni.

Massimo Ponzellini, Presidente della Banca Popolare di Milano

Masssimo Ponzellini, Presidente della Banca Popolare di Milano, una delle banche che per prima ha fatto ricorso ai Tremonti-bond quale strumento di rafforzamento patrimoniale, ha dichiarato che Basilea 3, ovvero l’aggiornamento dell’attuale regolamentazione prudenziale nota come accordo di Basilea 2, rappresenta un rischio per le banche e per le imprese, perché concretizzerà veramente l’incubo del credit-crunch, rendendo difficile il sostegno all’economia. Si fa fatica a credere che un manager di così grande rilievo, a capo di una delle più importanti banche del Paese, che per i rischi corsi e la sottocapitalizzazione ha dovuto ricorrere ai Tremonti-bond, possa affermare con una leggerezza quasi sfrontata che una regolamentazione, come quella di cui si parla per Basilea 3, tesa a rafforzare il patrimonio delle banche danneggi l’economia.

Le banche, come dice Ponzellini, non sono state le colpevoli della crisi, perlomeno non in Italia -anche se il presidente di BPM, bontà sua, ammette che abbiano contribuito ad ampliarne gli effetti-, ma da qua a dire che nulla debba essere fatto per rafforzare il capitale, può essere un incubo solo per chi, negli ultimi due anni, abbia vissuto sulla Luna. Oppure pensa che gestire una banca sia, con tutto il rispetto, come produrre cioccolatini. O forse, più semplicemente, durante la crisi ha provato brividi adrenalinici. Tu chiamale, se vuoi, emozioni.

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Inter

L’attore migliore (e quello peggiore).

Wesley Snejder

Scusi arbitro di Inter-Milan di domenica. Ho pagato il biglietto per vedere uno spettacolo. Se tu butti fuori dopo dieci minuti l’attore migliore  (Sneijder) non vale. Cosa pensa che siamo venuti allo stadio per vedere lei? Basta, non spendo più soldi per la partita, torno a fare il bagarino davanti al Maracanà.

Maurizio Milani, “Innamorato fisso”, Il Foglio, 26 gennaio 2010

L'arbitro del derby di domenica Rocchi
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Borsa Crisi finanziaria Mariella Burani

Tu vuo’ fa’ l’americano.

Quando di pensa che non ci sia più nulla da dire, in realtà si scopre che mancavano delle tessere a completamento del puzzle.

Fabio Pavesi, in un articolo comparso sul Sole 24 Ore on line, illustra con dovizia di particolari le pratiche molto made in USA -di ciò che non vorremmo imparare dagli States– della famiglia di Cavriago. Sapevamo di pratiche analoghe in blasonate banche d’affari: riesce difficile immaginarlo in provincia di Reggio Emilia, se non ripensando che il moral hazard ha un nome molto british, ma una declinazione globale.