Mine anti-banca.

Il Sole 24 Ore del 3 gennaio titola con terminologia bellica l’affronto del problema dei crediti in sofferenza da parte delle banche, parlando di 80 miliardi di prestiti incagliati nel 2009 quale, appunto, mina per i nostri istituti di credito.

Ora, a parte una maliziosa e sacrosanta incursione dell’articolista nel tema della ricapitalizzazione e degli accantonamenti da rinvigorire, quello che colpisce nell’articolo sono due cose. La prima è la notizia, sempre smentita da Alessandro Profumo, circa l’esistenza del credit crunch: apprendiamo che Unicredit ha contratto i prestiti del 7,6%. Perché lo si possa chiamare credit crunch cosa serve, meno 30%? La seconda questione riguarda il tema della ricapitalizzazione bancaria, tema che rischia, negli ultimi tempi, di essere trattato come un fastidioso accidente della gestione delle aziende di credito. Senza scomodare il Vangelo e la parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte, basta avere un po’ di dimestichezza con la montagna per sapere che la giacca a vento va sempre messa nello zaino. Perché il tempo può cambiare e  non ci si può trovare ad avere freddo sotto la tormenta. Me lo ha insegnato mio padre, agricoltore, non banchiere. Certo, lo zaino impiccia, più cose contiene e più pesa. Ma se un alpinista imprudente rischia la propria vita, un banchiere imprudente cosa rischia?

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