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Banche Crisi finanziaria Mariella Burani Unicredit

De crisarum natura.

Fabio Pavesi, con un articolo su Plus di oggi, torna sulla vicenda Mariella Burani, sostenendo la tesi circa la natura finanziaria della crisi del gruppo.
Per ragioni insolite (durante un corso di formazione a dirigenti bancari, nel 1999, uno di essi mi mostrò i bilanci di Mariella Burani Fashion Group ante IPO) ho avuto modo di seguire l’azienda durante questi dieci anni. Già dal 1998 aveva tanti debiti finanziari quanto fatturato, anzi i primi superavano il secondo: per questa ragioni questo blog si è, per dir così, dilettato, della vicenda.
Ma il vero problema non era di tipo finanziario allora, come non lo è ora, bensì di tipo industriale: non è un puntiglio accademico  ma una questione che investe anche un certo modo di pensare al fare impresa. Quello che ritiene che i problemi siano sempre e solo finanziari, di banche (spesso a ragione) ritenute avide, incapaci e cieche di fronte alle necessità delle imprese. Mariella Burani, come ho tentato di dimostrare sulle analisi già pubblicate in questo blog, non è mai stata capace di generare grandi redditi: ed in dieci anni ha generato liquidità solo due (2) volte. Negli ultimi anni, senza che vi fossero obiezioni particolari da parte degli analisti, o del mercato o delle banche, ha anche proceduto a inserire nei ricavi operativi quelli derivanti da operazioni di natura finanziaria (plusvalenze et similia) con la motivazione assai speciosa che si trattava di ricavi ricorrenti. Indubbiamente ricorrenti, tanto è vero che nell’anno precedente la quotazione il bilancio di MBFG recava elevatissimi ammontari (superiori al risultato operativo, per capirci) di proventi finanziari e straordinari.
Il vero problema è quello della crescita sostenibile, che MBFG non ha mai affrontato: dopo il 2000, l’unico anno in cui si ravvisano benefici dal’operazione di aumento di capitale, non vi sono più riduzioni del debito, ma solo incrementi, legati ad uno sviluppo che non trovava riscontri né nella capacità di reddito né, tantomeno, in quella di rimborso. Sotto questo profilo non sono d’accordo con quella parte di articolo di Pavesi nel quale afferma che “se marchi ed avviamenti rivelano di valere meno di quanto erano iscritti a bilancio sono dolori. Perché arrivano le perdite, si comprime il patrimonio ed i debiti pesano a questo punto assai di più.” Indubbiamente gli eventi citati generano problemi contabili, ma solo di quelli si tratta. I debiti sono sempre gli stessi e la possibilità che siano rimborsati risiede non già nel capitale di rischio, che non corrisponde a denari nel cassetto dell’impresa, quanto piuttosto alla capacità dell’impresa di generare, contestualmente, reddito e liquidità. In altre parole, marchi ed avviamenti, al di là del fatto che possano svalutarsi, valgono per quanto sono capaci di influenzare la capacità dell’azienda di svolgere la propria attività in condizioni di efficienza economica e di equilibrio finanziario.
Infine, rimane una domanda, quella che viene posta nella parte iniziale dell’articolo, ovvero la follia, sostenuta da UBI Banca, consistente nello spendere 70 milioni per un’OPA sulle proprie azioni. Probabilmente si tratta di un errore marchiano: ma non mi stupirei se, nella mente di qualcuno dei protagonisti, l’operazione avesse avuto, perlomeno nelle intenzioni, quella di ridurre il flottante per incrementare il ROE. Visti i maestri (ed i finanziatori: Unicredit è sempre stata grande sponsor dell’azienda e dei suoi esponenti), non mi stupirebbe.

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Banche Vigilanza bancaria

RROE: regulated return on equity

(..) In attesa della revisione di Basilea per gestire meglio i rischi di mercato e di liquidità, occorre che tutti i regolatori, a cominciare da quelli che prima e durante la crisi si sono dimostrati troppo indulgenti, applichino le vecchie norme con maggior severità ed entrino veramente nel merito dell’analisi delle condizioni delle singole banche, per accertare che davvero siano rispettati i principi della «sana e prudente gestione», scolpiti nel bronzo di tutte le leggi bancarie e applicate nel modo che abbiamo tutti visto.

Ma questo richiede alle autorità di vigilanza di applicare le norme con una discrezionalità cui in passato avevano volentieri rinunciato: con qualche eccezione, a cominciare dall’Italia, sono state tollerate politiche estremamente rischiose, che poi si sono tradotte in costi dolorosi per i contribuenti. Se i regolatori (che in molti paesi come la Germania sono distinti dalle banche centrali) non si decideranno ad un giro di vite coordinato sull’applicazione delle regole, vecchie o nuove, gli inviti alla prudenza sono destinati a rimanere inascoltati e i banchieri continueranno a sentirsi legittimati ad assumere rischi finanziari enormi, anche a scapito – come sta accadendo – del credito ai settori produttivi, in nome della massimizzazione dei risultati e della redditività per gli azionisti.

Proprio a questo proposito, il documento (riservato) della Bri propone alle banche di ridurre gli obiettivi in termini di Roe (Return on equity) per contenere la propensione al rischio. Ma chi decide qual è il valore di equilibrio? Non certo i regolatori: un “calmiere” sul Roe è altrettanto demagogico delle tasse punitive sui bonus dei banchieri. I regolatori hanno invece già gli strumenti per entrare nel merito delle politiche che essi considerano non prudenti, come avrebbero dovuto fare, tanto per citare un esempio, con Northern Rock che invece nelle sue relazioni di bilancio citava con orgoglio il «circolo virtuoso» delle sue aggressive politiche di raccolta e di impiego ai fini della massimizzazioni del valore per gli azionisti. E se gli strumenti attuali non bastano, possono introdurre modifiche non particolarmente complesse, come quella proposta proprio di recente dall’ente americano di assicurazione dei depositi (Fdic), che chiede di modulare i premi assicurativi pagati dalle banche alle caratteristiche delle politiche retributive.

Marco Onado, Il Sole 24 Ore