RROE: regulated return on equity

(..) In attesa della revisione di Basilea per gestire meglio i rischi di mercato e di liquidità, occorre che tutti i regolatori, a cominciare da quelli che prima e durante la crisi si sono dimostrati troppo indulgenti, applichino le vecchie norme con maggior severità ed entrino veramente nel merito dell’analisi delle condizioni delle singole banche, per accertare che davvero siano rispettati i principi della «sana e prudente gestione», scolpiti nel bronzo di tutte le leggi bancarie e applicate nel modo che abbiamo tutti visto.

Ma questo richiede alle autorità di vigilanza di applicare le norme con una discrezionalità cui in passato avevano volentieri rinunciato: con qualche eccezione, a cominciare dall’Italia, sono state tollerate politiche estremamente rischiose, che poi si sono tradotte in costi dolorosi per i contribuenti. Se i regolatori (che in molti paesi come la Germania sono distinti dalle banche centrali) non si decideranno ad un giro di vite coordinato sull’applicazione delle regole, vecchie o nuove, gli inviti alla prudenza sono destinati a rimanere inascoltati e i banchieri continueranno a sentirsi legittimati ad assumere rischi finanziari enormi, anche a scapito – come sta accadendo – del credito ai settori produttivi, in nome della massimizzazione dei risultati e della redditività per gli azionisti.

Proprio a questo proposito, il documento (riservato) della Bri propone alle banche di ridurre gli obiettivi in termini di Roe (Return on equity) per contenere la propensione al rischio. Ma chi decide qual è il valore di equilibrio? Non certo i regolatori: un “calmiere” sul Roe è altrettanto demagogico delle tasse punitive sui bonus dei banchieri. I regolatori hanno invece già gli strumenti per entrare nel merito delle politiche che essi considerano non prudenti, come avrebbero dovuto fare, tanto per citare un esempio, con Northern Rock che invece nelle sue relazioni di bilancio citava con orgoglio il «circolo virtuoso» delle sue aggressive politiche di raccolta e di impiego ai fini della massimizzazioni del valore per gli azionisti. E se gli strumenti attuali non bastano, possono introdurre modifiche non particolarmente complesse, come quella proposta proprio di recente dall’ente americano di assicurazione dei depositi (Fdic), che chiede di modulare i premi assicurativi pagati dalle banche alle caratteristiche delle politiche retributive.

Marco Onado, Il Sole 24 Ore

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