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Banche Unicredit

Unicredit’s baedeker

Vittorio Carlini in un articolo di grande approfondimento e spessore, al quale rimando volentieri -anche da azionista-, spiega tutto ciò che occorre sapere sull’aumento di capitale di Unicredit. Solo un particolare, all’interno del servizio, appare stonato e fuori luogo, e non certamente per difetto del giornalista, quanto piuttosto per l’impostazione sottesa alle affermazioni di un esperto intervistato, il dott.Pigoli, di Pigoli consulenza. Quest’ultimo, al riguardo, ha affermato che (l’aumento) sembra funzionare sotto due punti di vista. In primis, perché l’operazione con capitale ordinario va nella direzione dell’aumento di qualità degli asset richiesto dalle autorità internazionali; poi, perché le adesioni che arrivano dai grandi azionisti (l’altro ieri l’ok di Crt e Cariverona, ndr) indicano che la mossa dovrebbe essere digerita dal mercato”.

Non sappiamo che giudizio darà il mercato dell’aumento di capitale, così come si ignora come si formerà e con quali determinanti il risultato dell’esercizio 2009 di Unicredit. Ma non crediamo che sia importante e neppure decisivo quello che dirà il mercato circa un’operazione che, sarebbe bene dirlo con chiarezza, si è resa necessaria per l’assoluta inadeguatezza del capitale di rischio posto a base dell’operatività della banca di piazza Cordusio. I grandi azionisti non sono il mercato ma, appunto, coloro che attraverso i manager, da essi prescelti e confermati, hanno chiesto ed ottenuto negli anni scorsi ROE sempre più elevati a fronte di rischi più alti e capitali risicati. Ora che è il momento di mettere mano al portafoglio, non dovrebbe essere il giudizio del mercato ad avere l’ultima parola ma, vivaddio, il senso di responsabilità, verso piccoli azionisti e, soprattutto, risparmiatori.

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Rischi Risparmio e investimenti Strumenti finanziari

Se cala persino il BTP trentennale…

La notizia del calo del rendimento del BTP trentennale, unitamente a quanto accaduto nei giorni scorsi con i rendimenti dei BOT, induce a quanche ulteriore riflessione sulla corsa al rendimento, soprattutto obbligazionario, svincolato da qualsiasi considerazione sulla combinazione, appunto, rischio-rendimento. Non può essere sfuggito che il rendimento dei titoli di Stato sia più elevato proprio in corrispondenza delle scadenze più lunghe: il tempo in finanza è tutto e più ampio è il periodo che divide il momento della sottoscrizione e/o dell’acquisto dal momento della scadenza, più elevato è il rischio, dal momento che si amplificano le possibilità del verificarsi di eventi pregiudizievoli per il sottoscrittore.

Non solo. In relazione alla detenzione di titoli di Stato e di obbligazioni a tasso fisso, esiste in finanza un concetto noto come volatility o duration modificata, che esprime di quanti punti percentuali varierà il prezzo del titolo al variare di un punto dei rendimenti. La relazione è inversa, ovvero a tassi in aumento corrispondono prezzi in diminuzione e viceversa. Orbene, la volatility del BTP trentennale è pari al 16,39%: in altre parole, è sufficiente che i tassi di interesse si alzino di un solo punto percentuale per provocare una diminuzione del valore del BTP trentennale del 16,39%. Certo, in teoria può accadere anche il contrario (riduzione dei tassi ed incremento del valore dello strumento), ma non in questo momento, con i tassi mai così bassi e destinati, quasi per forza, a salire in breve tempo. La precisazione, contenuta in tanti articoli, che la volatilità non tocca coloro che tengono lo strumento fino alla scadenza, ovvero per 30 anni (!), ignora o finge di ignorare che si tratta di un periodo di tempo lunghissimo, che fa di questo titolo uno strumento adatto ad investitori istituzionali con capitale paziente -fondi pensione o simili- non adatto a piccoli risparmiatori.

Non adatto. E’ abbastanza chiaro?