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Banche Sviluppo

We find no impact on measures of health, education, or womens decision-making (the microfinance illusion).

Trent’anni dopo il suo esordio, si può parlare del microcredito – ovvero della creatura finanziaria, la Grameen Bank, la “banca dei poveri”, che ha fruttato al suo inventore, il bengalese Muhammad Yunus, il Nobel per la pace nel 2006 – come di un miracolo o come di un disastro? Se lo è chiesto sul Monde la giovane economista francese Esther Duflo (cattedra al Massachusetts Institute of Technology e al Collège de France) e ha provato a rispondere, spiega, non sulla base di pregiudizi favorevoli o contrari, ma usando i primi due studi sufficientemente accurati sulla realtà del microcredito. Si tratta, scrive Duflo, di “due programmi molto diversi. Nelle Filippine, First Macro Bank propone prestiti a imprese già esistenti, su base individuale. In India, Spandana utilizza il modello canonico della Grameen Bank: piccoli prestiti solidali, riservati alle donne”. Nei primi tempi, tutto sembra funzionare a dovere: chi ottiene il prestito acquista beni durevoli per la casa, investe in biciclette e macchine da cucire, e in un caso
su otto (in India) crea nuove attività indipendenti. Diciotto mesi dopo, tuttavia, “non si constata alcun segno di trasformazione profonda nella vita delle famiglie: nessuno dei due studi dimostra un vero impatto sulla salute, sulla scolarizzazione o sul potere di decisione delle donne (l’azione di “empowerment” femminile, non va dimenticato, è una delle bandiere dei sostenitori del microcredito, ndr)”. In compenso, scrive ancora Duflo, non solo non c’è nessuna corsa allo sperpero del denaro a disposizione, come certi critici del microcredito temono, ma addirittura si osserva un contenimento di certi consumi voluttuari (tè, snack, noci di betel, tabacco), allo scopo di rimborsare il prestito ottenuto. I problemi sono altri. L’effetto volano per l’economia e l’occupazione che gli entusiasti del metodo Yunus sognano, rimane, appunto, un sogno: “Nelle strade indiane, indonesiane o bengalesi, si vedono innumerevoli piccoli negozi di spezie, che vendono tutti la stessa cosa, e i cui ricavi sono a malapena sufficienti per pagare un salario minimo al proprietario”. Queste microimprese sostenute dal microcredito non riescono quasi mai a passare al livello superiore: “Più del novanta per cento dei clienti di Spandana non hanno nemmeno un’altra persona impiegata, e nessuno ne ha più di tre”. Si può scoprire che è il meccanismo stesso del microcredito, con il suo marchio di fabbrica della responsabilità in solido, “a scoraggiare
l’assunzione di rischio, perché le altre donne del gruppo non vogliono assumersi il rischio di doversi accollare il rimborso in caso di fallimento, mentre in caso di successo non intascherebbero il guadagno supplementare”. Da qui, “la tendenza a impedire agli altri componenti di lanciarsi in attività rischiose, ma più redditizie”. Un altro punto dolente del microcredito (i cui tassi di interesse sarebbero da usura nei paesi sviluppati: vanno dal venti al cento per cento, a seconda delle situazioni, anche se sono comunque più miti rispetto agli usurai veri e propri che agiscono in quelle situazioni), è l’altra sua caratteristica basilare, vale a dire il rimborso settimanale e immediato delle rate. Duflo scrive che, anche a questo proposito, negli ultimi tempi si sono moltiplicate le voci critiche contro il microcredito, i cui banchieri sono visti “come nuovi usurai che sfruttano l’incapacità dei più poveri di resistere alla tentazione di un prestito”, mentre “i tassi d’interesse, presentati in maniera spesso oscura, restano assai elevati”. Questi critici arrivano ad attribuire “anche al microcredito i suicidi dei contadini superindebitati, soggetti a una pressione ingiusta esercitata dagli agenti di prestito”, a loro volta remunerati per numero di clienti e per il loro tasso di rimborso. Il microcredito non è solo questo, dice Duflo, che non arriva alla sua totale bocciatura. Ma gli nega il carisma di strumento principe nella lotta contro la povertà, di lievito per abbattere discriminazioni
e arretratezza, per trasformare nel profondo la vita dei più poveri: “La visione romantica di un miliardo di imprenditori a piedi nudi è probabilmente un’illusione” e il metodo Yunus non può sostituirsi “allo sviluppo di un vero settore salariale (industriale o di servizi)”.

Nicoletta Tiliacos, Il Foglio, 15 gennaio 2010

The_Miracle_Of_Micro_Finance

Di johnmaynard

Associate professor of economics of financial intermediaries and stock exchange markets in Urbino University, Faculty of Economics
twitter@profBerti

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