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I migliori CEO della nostra vita.

Matteo Arpe, a.d. di Capitalia nel periodo 2003-2007, 36mo: Alessandro Profumo, a.d. di Unicredit, 55mo. Queste le posizioni della classifica dei migliori 50 amministratori delegati del decennio, secondo la redazione dell’Harvard Business Review, stilata secondo il criterio del total shareholders return, una sorta di indicatore della creazione di valore, rettificato in base alla nazionalità dell’impresa ed al settore di appartenenza. La classifica sarebbe stata stilata sulla base della nuova visione di lungo termine, contrapposta al corto respiro ed alla speculazione che hanno provocato la crisi. Proprio per questo, se non stupisce che ai vertici ci sia Steve Jobs della Apple, fa riflettere la presenza al 3° posto di Alexey B.Miller della Gazprom, il colosso ex-sovietico, sulla cui operatività in condizioni di mercato sarebbe lecito, dai sacerdoti dell’ortodossia liberista, attendersi qualche valutazione più critica. Anyway, di Profumo in questo blog si parla spesso, non vale la pena aggiungere altro. Quanto ad Arpe, della cui attuale banca, proprio in queste pagine web, si è lodata la spinta alla forte capitalizzazione e l’orientamento al cliente, dimostra che ci si può ravvedere, migliorare e cambiare. Rispetto agli anni in cui, al giornalista economico -peraltro prono come Gianni Minà di fronte a Fidel- che gli chiedeva timidamente se non dovesse recitare il mea culpa per la disinvoltura nei collocamenti Cirio e Parmalat, Arpe rispondeva che lui non era tenuto a verificare quello che vendeva e che i clienti gli chiedevano, è passato molto tempo. Forse forse, potrebbe cambiare anche Profumo.

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Lavoro

Meritocrazia vs/politicamente corretto.

A forza di politicamente corretto, si finisce per fare danni. A prescindere dall’ovvietà per la quale l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro, anche secondo Patrice Barbizet, membro del board di PPR, dovrebbe “avvenire soltanto sulla base di requisiti umani e professionali”, leggere la notizia che in Svezia, paese modello per le pari opportunità, una legge del 2003, che impone l’ammissione paritaria degli studenti all’università, provoca il 95% delle rinunce proprio fra le donne, non è una buona notizia. Fa pensare che questo meccanismo, esasperando per l’ennesima volta tutto ciò che è politically correct, stroppiando, guasti anche laddove vuole porre rimedi.