Categorie
Banche Banche di credito cooperativo Cultura finanziaria Lavorare in banca USA

Buoni e bravi, persino gentili.

Paolo Zucca, su Plus 24 di sabato, ne “La storia di copertina” approfondisce la questione della scelta della banca, mettendo in risalto la possibilità, per i risparmiatori, di punire la banca trasferendo il conto presso un istituto concorrente: secondo i dati del consorzio Patti Chiari la mobilità, intesa come turnover, dei clienti bancari è ferma al 6/7%, spiegabile secondo il giornalista con il fatto che le banche italiane non avrebbero mai abbandonato l’attività di territorio. Il servizio riporta dati contraddittori e, soprattutto, non spiega come si concilii il turnover così modesto con l’altro fatto giustamente messo in risalto, ovvero l’esistenza di una rubrica nota come “mal di budget”, le lamentele di clienti insoddisfatti e più in generale comportamenti scorretti di parte bancaria. Forse non si tratta semplicemente di un diverso modo di comportarsi dei consumatori, come viene riportato nell’articolo, in riferimento alla più matura consapevolezza dei clienti delle banche USA rispetto a quelli europei; diversamente non si spiegherebbe come mai la cultura finanziaria difetti anche negli Stati Uniti e, di conseguenza, anche lì i risparmiatori siano impreparati, non solo tecnicamente.

Non a caso, nella stessa pagina di Plus24 che accoglie il servizio, si parla di sportellisti delle Bcc corteggiati dalle grandi banche e in un’intervista a Francesco Avallone, vice-presidente di Federconsumatori, del fatto che non basti essere gentili. Sul primo punto è bene ricordare che un modo diverso di rapportarsi con il cliente non dipende appena dall’essere stati dipendenti di una banca locale, ma dalla cultura, ovvero dal significato che la banca stessa, ed anzitutto essa, attribuisce alla propria missione e di conseguenza alla propria formula di intermediazione. Non basta avere la maglia n.22 di Diego Alberto Milito per giocare e segnare come lui, così come non è sufficiente avere giocato in una grande squadra per continuare a farlo in un’altra, magari di qualità inferiore o che utilizza tattiche di gioco e sistemi diversi. Se paghi a peso d’oro il personale delle banche locali per farlo venire a lavorare in una banca che di locale avrà solo l’immagine o la spilla sul bavero della giacca del dipendente ex-bcc, questo non basta a rendere il proprio lavoro orientato al cliente, costruendo la banca di relazione. Può essere un inizio, ma richiede un profondo ripensamento della cultura aziendale.

Infine, sempre Zucca, chiosa l’intervista ad Avallone affermando che “(…) non sempre le banche piccole o di territorio possono automaticamente definirsi migliori. E nella lunga storia bancaria italiana la cattiva gestione di banche piccole è stata poi cancellata portando gli istituti deboli nelle braccia delle big.” Non sappiamo a cosa si riferisca il giornalista con questa affermazione, in linea di principio condivisibile -la dimensione di per sé non identifica la qualità e la bontà della performance– ma troppo generica per adattarsi a quelle che in questo momento sono le uniche banche locali italiane, ovvero le Bcc, raramente in difficoltà e che, quando hanno dovuto alzare bandiera bianca, lo hanno fatto riparandosi sotto l’ombrello del Credito Cooperativo, e non del sistema bancario principale. Forse Zucca voleva riferirsi a qualche Popolare, piccola o grande che sia, che, gestita come una banca privata, in effetti ha fatto danni. Ma non ci si può dimenticare che tante altre banche locali, efficienti e funzionanti come la Cassa di Risparmio di Trento, sono state di fatto smantellate, dopo essere state pagate a caro prezzo, da grandi istituti che volevano crescere (vedi per esempio il caso Unicredit) e che, dopo l’acquisizione, hanno abbandonato il territorio non con le insegne, ma nel modo peggiore e più sostanziale, ovvero divenendo irresponsabili nei suoi confronti.

Categorie
Banche Crisi finanziaria Regno Unito

Senza conoscere la clientela.

Lloyds Bank, a chiusura del bilancio 2009, annuncia 24 miliardi di sterline di svalutazioni e perdite operative, quasi analoghe al 2008, per 6,3 miliardi di sterline.

La banca ritiene che la causa delle svalutazioni stesse, pur in diminuzione progressiva nel corso dell’esercizio, debba essere addebitata all’acquisizione, effettuata dietro esercizio della moral suasion da parte del Governo inglese, di HBOS, Halifax-Bank of Scotland. Quanto a quest’ultima, le sofferenze poi passate a Lloyds derivano dall’elevatissima esposizione sul mercato irlandese. In particolare, tuttavia, le sofferenze derivano dal non avere seguito un criterio realistico, quello di usare un metodo che sia imposto dall’oggetto, non astratto dalla realtà. Secondo l’analista Simon Muaghan, infatti, “(..) HBOS è entrata in quel mercato alla fine del ciclo con il real estate ormai a livelli altissimi e senza conoscere la clientela. Questo è il prezzo.”

Categorie
Mariella Burani

Capitani coraggiosi 2.

Giovedì sera, con un comunicato stampa emesso in tarda serata, Mariella Burani Fashion Group ha annunciato che “tutti i componenti del Consiglio di amministrazione hanno rassegnato le proprie dimissioni.” Monica D’Ascenzo, sul Sole 24 Ore di oggi, riporta le giustamente preoccupate reazioni dei sindacati di categoria, nonché la notizia che il Ministero per lo Sviluppo economico starebbe da tempo già lavorando per individuare “commissari straordinari, advisor finanziari e legali.” Visto l’eroismo collettivo sinora dimostrato da tutte le parti in causa, in special modo dagli azionisti di riferimento, sorge il dubbio che la prossima puntata della triste storia reggiana sia una bella fuga. Definitiva.

Categorie
Banche Imprese Indebitamento delle imprese Mariella Burani

Capitani coraggiosi.

Fabio Tamburini, sul Sole 24 Ore di oggi commenta il comportamento di Mediobanca, prudente nelle scelte, restìa ad essere coinvolta in progetti impegnativi, nonostante i tassi siano bassi. Tamburini cita un anonimo banchiere, il quale afferma che “ci vorrebbe un po’ più di coraggio”. Ma, nello stesso tempo, ci ricorda che “la leva del debito permette di finanziare su ampia scala progetti impegnativi. I problemi arrivano dopo, quando scatta l’inversione di tendenza e il costo del denaro riprende a salire.” Viste le storie, recenti e non, dai cosiddetti “capitani coraggiosi” di dalemiana memoria -che hanno indebitato fino al collo Telecom-, alla crescita, tutta finanziata con il debito, di Mariella Burani, non solo viene da elogiare il comportamento di Piazzetta Cuccia (che vanta un core tier elevatissimo e non ha risentito della crisi), ma sarebbe il caso di aggiungere, alle parole di Tamburini anche un’altra, semplice, considerazione. La leva del debito facile, infatti, esalta le possibilità di sviluppo ma non migliora di un solo centesimo la redditività caratteristica delle imprese acquisite, fuse, scalate e quanto altro; ed il vecchio concetto della capacità di reddito, che dovrebbe rappresentare il fondamento delle valutazioni, di parte bancaria e non, circa la capacità dell’impresa di mantenersi in equilibrio nel tempo, ripagando i debiti, portando ricchezza, mantenendo l’occupazione. Altrimenti il coraggio serve solo a ri-fare la cattiva finanza degli ultimi dieci anni; non ne sentiamo la mancanza.

Categorie
Inter

Gli spari sopra.

Josè Mourinho

E’ proprio così, non stiamo parlando solo di calcio. Ma quelli che lo credono possono continuare a sorridere: come dice Vasco, gli spari sopra sono per noi. Benvenuto fra noi fratello Mou. Tieni duro.

Umberto Chincarini, Peschiera del Garda (Il Foglio HPC, 23

Categorie
Inter

Manette e prostituzione intellettuale.

Josè Mourinho mima le manette

C’è un solo uomo in Italia (ma purtroppo è in prestito) che riesce a far discutere più di Bertolaso, a dividere più di Sanremo, a sfidare i pregiudizi della falsa coscienza (“prostituzione intellettuale”) come… Già, come chi altro, in Italia? Adesso quest’uomo, José Mourinho Felix il Filosofo di Setubal, ha sfidato l’Italia manettara. Con un gesto così plateale, bello, comunicativo, dirompente, che ha fatto – come sempre, più di sempre – il giro del mondo. E che ovviamente ha messo in allarme la casta (“delirio evidente”). Non c’è niente che faccia tremare la casta come i gesti semplici, totali. La casta gli ha dato tre turni, e 40 mila euro di multa. Vanno ad aggiungersi agli altri euro che s’è già beccato, ormai ogni volta che parla. Ogni volta che con sublime sarcasmo, o forse è solo sprezzo del pericolo, si abbatte a tempesta contro il muro di gomma. Contro “la gelatina”

Ci si può nascondere dietro a un dito, come l’ottimo Mario Sconcerti. E dire che i problemi dell’Inter sono altri, che Mourinho lo sa, che per forza che è nervoso e che apposta forza la mano sul resto. Tutto giusto, già mercoledì si vedrà che Sconcerti ha ragione: nel dettaglio, nel dito. Ma non nella luna. Si può essere semplicemente addetti alla prostituzione intellettuale, come gli altri. Si può essere furbamente gelatinosi, siamo tutti dello stesso circo. Come Zaccheroni (“la moviola poi ha dimostrato che il direttore di gara aveva ragione su tutti gli episodi”, ma non è vero). Come Galliani, che dice va tutto bene e “abbassare i toni”, ma è reduce dall’aver incassato un rigore grande come un appalto alla Maddalena non dato al Bari sullo 0-0, e un giallo graziato a Gattuso per un’entrata che farebbe impallidire l’espulso Samuel.

A parte che il gesto delle manette, Mou l’ha fatto dopo che il meraviglioso Paolo Tagliavento, il barbiere di Terni, quello dell’arbitraggio “semplicemente perfetto”, aveva considerato da giallo una reazione di Pazzini che il regolamento vorrebbe da rosso. Il barbiere perfetto è quello che prima non aveva cacciato Pazzini, per una mano in faccia a Muntari, a gioco fermo. E senza contare la simulazione rifilata a Eto’o, sbagliando in pieno (Mou si è accasciato, in preda a una crisi di riso irrefrenabile). Ma non è questo il punto. E’ giusto per dire che l’arbitro perfetto non esiste, esattamente come il pm perfetto, se non nella finzione interessata di gente interessata. Insomma ci sono i fatti, e c’è la deformazione delle opinioni. Siamo in Italia. Dare di “impeccabile” al barbiere di Terni è un po’ come prendere per vangelo le ricostruzioni ambientali della cricca. A scatola chiusa.

Ma nemmeno questo è il punto. Il punto è che a differenza di altri e meno famosi “attenzionati” dalla casta, l’uomo più famoso d’Italia (ma è in prestito) ha avuto il coraggio di fare il gesto: ha incrociato i polsi, l’Italia è manettara. Ha denunciato il sistema vischioso, gelatinoso, sì. Ma è quello della casta arbitrale (i sacri giudici del pallone) che si auto-difende e assolve. Incontrollata. Malcostumata. Che usa due pesi e due misure: ci sono “aree di rigore di 25 metri” e falli che valgono e non valgono. Lui ha solo se stesso, il suo magnifico talento, e ogni domenica manda avanti la sua personale battaglia contro quel mondo falso e appiccicoso del calcio. Che è lo specchio dell’Italia. Noi l’avevamo capito subito, quando arrivò (in prestito) lo scorso campionato. Per questo abbiamo subito amato il Filosofo, il genio della comunicazione e del parlar chiaro. L’uomo che ebbe il coraggio di dire “zeru tituli”, sputando sulla melassa, e ora di mostrare le manette alla casta. Per questo ce ne siamo innamorati. O forse credete che si stia parlando (solo) di calcio?

Maurizio Crippa, Il Foglio, 23 febbraio 2010

Categorie
Banche Liquidità Mariella Burani

Cosa c’è nell’agenda Burani.

Giovanni Burani

Gabriele Fontanesi, amministratore delegato di Mariella Burani Fashion Group, in una surreale intervista rilasciata a Monica D’Ascenzo e pubblicata nel Sole 24 Ore di martedì scorso, richiesto di spiegare per quale motivo le banche creditrici, che non hanno raggiunto alcun accordo con MBFG, dovrebbero invece accettare il concordato preventivo, ha risposto come segue:“Non abbiamo raggiunto un accordo con le banche perché la loro richiesta prevedeva che la famiglia Burani ricapitalizzasse la società per un ammontare di 50 milioni di euro. Il cda purtroppo non ha avuto evidenza di questo impegno e abbiamo dovuto procedere altrimenti.”

A quanto pare, anche secondo Fontanesi, la richiesta del 10% del debito accumulato dal Gruppo Burani è eccessiva ed esosa. Talmente esosa che, in effetti, giusto per parlare come si mangia, “il cda purtroppo non ha avuto evidenza di questo impegno.”

Categorie
Alessandro Berti Keynes Università

Modelli di previsione e prospetti fraudolenti.

Sir Robert Skidelsky

La lettera di uno studente pone questioni importanti proprio nei giorni immediatamente successivi alla lectio magistralis di R.Skidelsky, di cui viene data nota nel Sole 24 Ore. Sir Robert Skidelsky (per notizie sullo stesso vedi http://www.skidelskyr.com/) ricorda che “i modelli di previsione, che suppongono che si hanno le probabilità calcolabili, sono fondamentalmente dei prospetti fraudolenti. Per farla breve, l’affermazione principale di Keynes era epistemologica: un rifiuto del parere che i partecipanti del mercato abbiano una conoscenza perfetta, o perfino sufficiente, degli eventi futuri. Egli identificava questo come il tacito presupposto chiave della teoria classica del mercato autoregolamentante. Tutto ciò che la teoria delle aspettative razionali ha ottenuto è di rendere esplicito questo presupposto. Fondamentalmente è questo il risultato del rovesciamento della rivoluzione keynesiana.

Che cosa è stato a rendere impenetrabili al calcolo probabilistico grandi parti del futuro? Il mio esempio preferito dagli scritti di Keynes è la sua descrizione di una mela dotata di caratteristiche ‘umane’. La fisica newtoniana ci dice che la mela cadrà a terra sempre ad una velocità determinata dalla forza esercitata su di essa divisa per la sua massa. Ma nessuna previsione del genere può essere fatta in relazione alla mela ‘umana’. Keynes scrive: ‘E’ come se la caduta a terra della mela dipendesse dalle motivazioni della mela, se vale la pena di cadere a terra, se la terra volesse la caduta della mela, e dai calcoli errati da parte della mela su quanto distasse dal centro della Terra’.

Una parte dell’incertezza sulla velocità della caduta della mela può essere attribuita agli errori matematici da parte della mela (‘calcoli errati’), che in linea di principio sono correggibili. Tuttavia, le principali caratteristiche ‘umane’ di cui Keynes dota la sua mela sono le ‘motivazioni’ e le ‘intenzioni. Sono queste le caratteristiche che spezzano il nesso tra l’economia e la fisica, e che rendono l’economia una scienza ‘morale’, non ‘naturale’.”

Fin qui una parte, piccola, ma importante, della lezione di Robert Skidelsky. Insieme alla lettera del mio studente, pongono delle belle domande per chi abbia a cuore non solo il senso dello studio, ma anche l’affronto della realtà e, più in generale, il significato del lavoro di tutti coloro che cercano di far crescere il bene comune. Per questo mi piacerebbe che quella lettera non restasse isolata.

Categorie
Banche Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese

Abbiamo già dato.

In un articolo sul Sole 24 Ore di giovedì 18 febbraio, Nino Ciravegna riporta il parere di Maurizio Marchesini, presidente di Unindustria Bologna, che a proposito di credit crunch e della necessità di ottenere più prestiti per il rilancio, afferma che ”gli istituti nelle proprie valutazioni continuano a prestare più attenzione ai numeri dei bilanci che agli asset immateriali, ricerca, marchi, brevetti, know-how, mercati. E questo penalizza soprattutto le imprese che investono e fanno ricerca e sviluppo.”

Per favore, non ricominciamo con la consueta manfrina degli intangibles, quella che poi conduce all’altra ben nota litania –la creazione di valore- per condurre al crack Burani (1/3 dell’attivo era rappresentato da intangibles, i debiti very tangibles) e non solo. Per favore, evitiamo di evitare i numeri: hanno una loro crudezza, una loro feroce bellezza ed una evidenza impareggiabile, basta fare la fatica di saperli leggere. Dopo aver rimpatriato la bellezza di quasi 100 miliardi, non si può battere cassa in banca, come se niente fosse, ritirando fuori gli intangibles.

Abbiamo già dato.

Categorie
Banche calcio minore

Windows dressing.

Gianni Dragoni, in un  articolo comparso sul Sole 24 Ore di martedì 16 febbraio, anticipa i temi della sfida Milan-Manchester United paragonando i principali dati di bilancio delle due società calcistiche.

La squadra di Manchester vanta circa il 50% di ricavi in più rispetto al Milan, 326,84 mln.di € contro 217,45; plusvalenze nette per cessioni giocatori pari a 94,7 mln.di € contro 19,64 mln.di € del Milan; ma soprattutto i debiti complessivi del club di Alex Ferguson sono pari ad oltre 2,2 volte quelli della seconda squadra di Milano (821 contro 364,13).

A che giova avere un risultato ante-imposte positivo di 56,57 mln.di € se i debiti sono un multiplo superiore a 14 volte l’utile prima delle imposte? E se il principale azionista del club mostra un’improntitudine tale da arrivare a proporre ai calciatori di sottoscrivere i bond emessi per pagare i debiti, significa che qualcosa non funziona. Il Manchester era, finanziariamente parlando e non solo, una squadra virtuosa: quotato al London Stock Exchange, sembrava un esempio per tutti in Europa. Sorge il dubbio, vista la sua situazione attuale, che i proprietari precedenti, coloro che hanno ceduto la squadra a Malcolm Glazer, l’abbiano fatto di proposito. Windows dressing, appunto. Forse sarebbe meglio smetterla di fare prediche moralistiche sui bilanci sani dei club di altri paesi, deprecando i debiti italiani, rammentando che mantenere una squadra di calcio è un hobby per miliardari. Grazie al cielo, in Italia, ne abbiamo ancora qualcuno.