L’insopportabile consapevolezza del commerciante di armi.

Il Sole 24 Ore di mercoledì 3 febbraio, riportando i dati della base informativa pubblica di Banca d’Italia, sottolinea che “riprende a salire la perdita potenziale di imprese ed enti locali sui derivati stipulati con banche italiane per assicurarsi contro l’eventuale rialzo dei tassi di interesse.” Per le pubbliche amministrazioni si tratta di un controvalore di 2.464 mln.di €, per un numero di affidati pari a 467 (il saldo è peggiorato del 12%), mentre va leggermente meglio per le imprese, affidate per oltre 7.509 mln.di € (saldo peggiorato del 9%) ed in numero di oltre 34mila.  La notizia fa il paio con il contenuto di un colloquio, avvenuto qualche giorno fa, durante un corso di formazione, con una ex-dipendente, ora “pentita” –ed è un aggettivo che non si dovrebbe usare parlando lavoro, di normale lavoro, bancario o no- di una grande banca italiana. La signora mi ha raccontato, peraltro confermando notizie che avevo già avuto purtroppo modo di verificare, che la vendita di derivati era un dovere professionale di ogni preposto di filiale: che, ove fosse mancata la voglia o lo slancio commerciale per farlo, all’uscita, terminata la riunione, meglio sarebbe stato depositare la chiave della filiale e cambiare lavoro. La signora mi ha altresì raccontato di prodotti oggettivamente svantaggiosi per il cliente, sia come struttura, sia come contenuti contrattuali sia, soprattutto, come tipologia di rischio coperto. E della crescente, insopportabile consapevolezza, di stare vendendo bombe a mano con l’innesco pronto ad esplodere, fino a quando ha deciso di cambiare banca, andando a lavorare in una banca locale. Non è la prima storia che sento come questa, ma non mi è mai capitato di ascoltarla con una tale dovizia di particolari e, aggiungo, con così tanta percezione di vergogna per quanto fatto. Come di qualcuno, appunto, che per tanto, troppo tempo, ha venduto armi.

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