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Capitalismo telefonico e piccoli cavalieri bianchi.

Dopo le ipotesi di un rafforzamento di Telco, azionista di controllo di Telecom, avanzate sul Corriere di ieri, oggi è la penna ben più autorevole di Massimo Mucchetti a far svanire i sogni e le fantasie che avevano riacceso l’interesse sull’ex-monopolista delle Tlc italiane. L’articolo, non disponibile on-line, andrebbe letto integralmente per non disperderne l’efficacia, la sintesi e la capacità di giudizio. In sintesi: Telco ha un socio forte, Téléfonica, che non può procedere a mostrare la sua forza perché diverrebbe troppo ingombrante, in quanto spagnolo, all’interno di una società italiana; d’altra parte il CEO spagnolo, César Alierta, non intenderebbe neppure prendere in considerazione l’ipotesi di ricapitalizzare adeguatamente Telco, per poi procedere alla fusione di Telecom, perché questa scelta penalizzerebbe gli azionisti spagnoli, fra cui lui personalmente, titolare di ricchissime stock-option; Telco, peraltro, è un soggetto, cito testualmente, “strutturalmente incapace di rimborsare il debito. Il che rende il creditore azionista di fatto”, dal momento che i dividendi della partecipata non pareggiano gli interessi passivi sul debito Non si deve dimenticare che gli altri azionisti forti di Telco sono Mediobanca, Intesa e Generali, che non hanno, secondo tradizione dei nuclei di controllo di Telecom, nessuna intenzione di mettere denaro fresco.

Last but not least: Telecom quota meno della metà del suo valore di libro, per gli amanti della perfida Albione, il book value. Andando indietro nel tempo, si ritorna alla madre di tutte le scalate, all’OPA su Telecom lanciata dai “capitani coraggiosi” (la definizione è del perdente del derby delle cime di rapa del PD pugliese, on.Massimo D’Alema) di Roberto Colaninno, la cui conseguenza è stata l’enorme carico di debiti su Telecom. Comprata da Marco Tronchetti Provera a prezzi d’affezione, venduta a Telco su pressione del candidato (?) sindaco di Bologna, prof.Romano Prodi, Telecom ha di fronte una montagna di debiti non scalabili. Téléfonica è stato un piccolo cavaliere bianco perché il governo Prodi voleva salvare una grande azienda italiana, ma voleva umiliare Tronchetti Provera. Così l’ingresso dei nuovi soci non è stato né carne, né pesce, inutile per risanare la società, inutile per un serio piano di rilancio. Ha buon gioco Massimo Mucchetti ad affermare che “il bilancio di Telco dipende da Telecom. Se qualche consigliere indipendente cominciasse finalmente a contestare la congruità dei 44 miliardi di avviamenti, un’enormità, oltre la metà dell’attivo, metterebbe in luce la pesante eredità di un passato con cui questa espressione del capitalismo relazionale italiano non ha mai voluto fare i conti.” Ha buon gioco, ma non sarebbe male rileggersi le espressioni usate in passato, non solo da Massimo D’Alema, per definire la madre di tutte le scalate, dai principali giornali italiani, Corriere compreso. Senza dimenticare gli intrecci azionari che vedono fra i principali azionisti del Corriere stesso, ma non solo, anche i protagonisti delle vicende di Telco.

Anyway, per la cronaca, i consiglieri indipendenti di Telecom sono: Paolo Baratta, Roland Berger, Jean-Paul Fitussi e, udite udite, Luigi Zingales. L’unico consigliere indipendente di Telco è Enrico Giliberti. Gli altri, cavalcano.

Di johnmaynard

Associate professor of economics of financial intermediaries and stock exchange markets in Urbino University, Faculty of Economics
twitter@profBerti

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