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Borsa Indebitamento delle imprese Rischi Risparmio e investimenti

Arretrati 5: il quoziente di indebitamento.

Il supplemento Plus 24 di sabato 30 gennaio, a proposito di titoli rischiosi, dai quali stare alla larga a Piazza Affari, individua, a firma di Fabio Pavesi, nel quoziente o rapporto di indebitamento un indicatore di grande capacità segnaletica. Capacità che può essere attribuita anche al rapporto fra il MOL ed i debiti finanziari netti. Il rapporto corretto sarebbe, rispettivamente, di 2  e di 4.

I due rapporti indicati hanno effettivamente una loro attendibilità, purché siano considerati nell’ambito di un’analisi complessiva del fabbisogno finanziario dell’impresa che si sta esaminando e, soprattutto, siano visti in senso dinamico ed evolutivo. Diversamente si correrebbe il rischio, come spesso accade in Italia, di considerare il capitale di rischio alla stregua di un tesoretto, custodito non si sa bene in quale cassetto aziendale, pronto ad essere utilizzato in caso di necessità, come fosse un safe-crash, che si rompe per consentire di utilizzare il bocchettone antincendio.

Al contrario, è nota purtroppo la prassi di gran parte del sistema bancario italiano, di sottovalutare l’analisi del fabbisogno finanziario, soffermandosi in termini statici su indicatori che ben poco hanno da dire. Il capitale di rischio, a ben guardare, è una rappresentazione contabile, di risorse finanziarie immesse e/o prelevate nell’impresa o da essa, accresciute per effetto degli utili, ridotte per le perdite. Ma una rappresentazione contabile non potrà mai costituire, anche se il codice civile del 1942 lo sottintendenva, un baluardo ed una difesa per i terzi creditori: dovrebbe essere integralmente investito in liquidità, col risultato di non rendere nulla e di non contribuire a  generare nuova ricchezza.

Non si deve dimenticare, peraltro, che in Italia la sottocapitalizzazione è un riflesso endemico di una concezione dell’impresa che vede prevalere, nel tradizionale ordine di preferenze à la Myers, prima l’autofinanziamento, poi il debito ed infine il capitale di rischio. In altre parole, pretendere in Italia che le imprese siano fortemente capitalizzate equivale ad aspettarsi che alla latitudine dell’Equatore il clima sia dolcemente temperato, vagamente primaverile.

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Banche Borsa Mariella Burani OPA

Easy credit vs/credit crunch.


La neverending story del gruppo Burani non conosce, appunto fine, e come una specie di vaso di Pandora scoperchiato, offre continui motivi di riflessione.

Fabio Pavesi, sul Sole 24 Ore ripercorre i punti salienti della strana OPA, fatta a prezzi fuori da ogni logica, lanciata dalla famiglia Burani sui propri stessi titoli. OPA rigorosamente fatta a debito, con quattrini prestati da Centrobanca, la merchant bank del Gruppo UBI. Pavesi calcola che la metà circa dell’operazione, pari nel complesso a 70 milioni di euro, sia stata fatta a debito, con denari presi a prestito, appunto, da Centrobanca, per una somma di circa 35 milioni.

La quale Centrobanca, con il suo comportamento controcorrente, rassicura tutti coloro che hanno a cuore il futuro del rapporto banca-impresa in Italia. Non solo le banche non chiudono l’ombrello quando piove -l’OPA è avvenuta nel 2008, quando ormai i bilanci del Gruppo MBFG mostravano già i segni del dissesto imminente- ma quando anche volessero le garanzie, si accontentano di valori simbolici -Centrobanca ha chiesto il pegno proprio delle azioni Burani- ovvero di penny stock. Il credit crunch non solo non esiste, non è mai esistito.

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Banche Bolla immobiliare Crisi finanziaria Indebitamento delle imprese PMI

Imprese che (non) resistono.

Prigionieri iracheni

Storie sulle quali varrebbe la pena riflettere: questa me l’hanno fatta vedere in un’aula di bancari settimana scorsa.

Impresa di autotrasporto, a base familiare, tanti camion in leasing, un solo vero valore all’attivo, ovvero, tanto per cambiare, un capannone. Il valore dell’attivo è di circa 400mila euro, se tutto va bene, quello del passivo si aggira sul doppio. Il patrimonio netto negativo è abbondantemente sotto zero, da molto tempo, causa continui prelievi. La famiglia imprenditoriale non ha mai navigato nell’oro, non esistono, nè sembra plausibile che esistano, auto di lusso, ville, palazzi, gioielli, vacanze esotiche. Solo duro lavoro, solo quanto serve, al minimo. Per ottenere un appartamento di proprietà, e poco più, è stato calpestato qualunque principio di realismo, di capacità di fare i conti con la testardaggine di una realtà che, da tempo, tentava di comunicare a queste persone che la loro impresa non stava in piedi. Queste imprese non resistono e sarebbe inutile tenerle in piedi. Ma quanti meno danni si sarebbero fatti e quanti morti e feriti si sarebbero evitati se qualcuno, dalle banche al commercialista, avesse detto loro che non ne valeva la pena? Anche se non è detto che avrebbero capito: i soci dell’azienda in questione chiedono, infatti, alla banca, altri soldi per andare avanti. Mentre, tecnicamente, sono falliti.