Modelli di previsione e prospetti fraudolenti.

Sir Robert Skidelsky

La lettera di uno studente pone questioni importanti proprio nei giorni immediatamente successivi alla lectio magistralis di R.Skidelsky, di cui viene data nota nel Sole 24 Ore. Sir Robert Skidelsky (per notizie sullo stesso vedi http://www.skidelskyr.com/) ricorda che “i modelli di previsione, che suppongono che si hanno le probabilità calcolabili, sono fondamentalmente dei prospetti fraudolenti. Per farla breve, l’affermazione principale di Keynes era epistemologica: un rifiuto del parere che i partecipanti del mercato abbiano una conoscenza perfetta, o perfino sufficiente, degli eventi futuri. Egli identificava questo come il tacito presupposto chiave della teoria classica del mercato autoregolamentante. Tutto ciò che la teoria delle aspettative razionali ha ottenuto è di rendere esplicito questo presupposto. Fondamentalmente è questo il risultato del rovesciamento della rivoluzione keynesiana.

Che cosa è stato a rendere impenetrabili al calcolo probabilistico grandi parti del futuro? Il mio esempio preferito dagli scritti di Keynes è la sua descrizione di una mela dotata di caratteristiche ‘umane’. La fisica newtoniana ci dice che la mela cadrà a terra sempre ad una velocità determinata dalla forza esercitata su di essa divisa per la sua massa. Ma nessuna previsione del genere può essere fatta in relazione alla mela ‘umana’. Keynes scrive: ‘E’ come se la caduta a terra della mela dipendesse dalle motivazioni della mela, se vale la pena di cadere a terra, se la terra volesse la caduta della mela, e dai calcoli errati da parte della mela su quanto distasse dal centro della Terra’.

Una parte dell’incertezza sulla velocità della caduta della mela può essere attribuita agli errori matematici da parte della mela (‘calcoli errati’), che in linea di principio sono correggibili. Tuttavia, le principali caratteristiche ‘umane’ di cui Keynes dota la sua mela sono le ‘motivazioni’ e le ‘intenzioni. Sono queste le caratteristiche che spezzano il nesso tra l’economia e la fisica, e che rendono l’economia una scienza ‘morale’, non ‘naturale’.”

Fin qui una parte, piccola, ma importante, della lezione di Robert Skidelsky. Insieme alla lettera del mio studente, pongono delle belle domande per chi abbia a cuore non solo il senso dello studio, ma anche l’affronto della realtà e, più in generale, il significato del lavoro di tutti coloro che cercano di far crescere il bene comune. Per questo mi piacerebbe che quella lettera non restasse isolata.

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