Morire per l’etica (figli di un calvinismo minore).

Calvino

Dario Di Vico, sul Corriere della Sera on line di ieri, 1°marzo, rende omaggio agli undici imprenditori morti suicidi, di cui si è parlato anche in questo blog . Parlandone, Di Vico titola il suo pezzo “Quegli undici imprenditori e la cruda solitudine del lavoro”. Di Vico constata che il 30% in meno di fatturato non è mai diventato il 30% in meno di dipendenti e che l’assunzione di responsabilità giunge fino al limite terribile della morte. Per concludere che “non è il troppo lavoro che ha ucciso i Trivellin e gli Ongaro ma caso mai un eccesso di etica. Consideriamoli e ricordiamoli, dunque, per quello che sono stati: figli di un calvinismo minore.”

Jean Cauvin è colui che ha affermato che non nasciamo tutti uguali, ma che fin dal principio siamo destinati alla salvezza o alla dannazione eterna. Non ci sono speranze, se fossimo definiti nel triste ambito calvinista, perché il libero arbitrio resterebbe un puro nome. E, in finale, quelle undici anime, null’altro sarebbero che predestinati al fallimento ed alla dannazione. Non è un caso che Di Vico parli, nel suo articolo, di “individualismo trasformato da potente fattore di mobilitazione delle energie in nuda e cruda solitudine”.

Quanto sia connaturato alla cultura moderna l’individualismo ce lo ha ricordato efficacemente Julian Carròn. “(..) Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus. Ma dicendo così la modernità si mostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente, non è una vera soluzione.” Eliminare uno dei fattori in gioco, l’io, porta a cancellarlo. Fino, appunto, a morire.

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