Se le regole le fanno gli altri.

Le proposte in discussione presso l’Unione Europea allo scopo di definire una direttiva sugli hedge fund non piacciono molto, né agli americani, né agli inglesi. Ai primi perché la direttiva, che riguarda i fondi alternativi di investimento (hedge fund, fondi di private equity, sulle commodities etc..) richiede ai fondi extraeuropei con asset superiori ai 100 mln.di euro l’approvazione da parte di ogni singola autorità nazionale per poter operare in Europa. Ai secondi la proposta di direttiva non piace perché l’industria dei fondi di investimento alternativi si è insediata stabilmente a Londra e sarebbe altamente indesiderabile per i britannici che l’unica industria rimasta sull’isola, quella finanziaria, sia “costretta” ad emigrare, per esempio, in Svizzera. Il nuovo regime non dovrebbe entrare in vigore prima del 2012, ma il fuoco di sbarramento delle lobbies è, ovviamente, già cominciato. Ciò che pare allarmare gli americani è la possibilità che la normativa sia in realtà un pretesto per creare barriere all’entrata ai fondi extra-comunitari, obbligandoli a rispettare regole Europee o a detenere liquidità presso banche dell’Unione. E’ comprensibile la pressione lobbistica e la difesa di interessi, se non legittime, perlomeno comprensibili (a nessuno può essere chiesto di mettere allegramente da solo la testa nel cappio). Peraltro la riforma delle regole proposta dagli USA innalza l’obbligo di registrazione a 150 mln.di dollari di asset gestiti, ma limita la loro applicazione ai soli fondi hedge, escludendo i fondi di private equity e di venture capital. La proposta americana è tutt’altro che peregrina, pur tenendo conto che il venture capital ed il private equity sono nati negli USA: nessuno, peraltro, ha dimostrato, che gli intermediari attivi nel capitale di rischio delle imprese siano in qualche modo responsabili della crisi, come non esistono evidenze empiriche riguardo agli hedge. Il problema, sia per gli americani, sia per gli inglesi, è la perdita di credibilità avvenuta durante la crisi; e se in tempi normali è difficile influenzare la redazione delle regole in casa altrui, dopo la crisi globale non sono i paesi del FIRE (Financial, Insurance, Real Estate), secondo la felice definizione di Tremonti, a poter impartire lezioni.

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