Quotarsi un po’…(2)

L’ottimo Fabio Pavesi, sempre sul supplemento Plus 24 di sabato scorso, offre qualche buon consiglio a chi voglia investire in azioni di società neo-quotate. Consigli dettati dal buon senso e sostenuti da evidenze empiriche, che avrebbero meritato più spazio. Ma è noto che quando si vogliono inforcare gli occhiali rosa, poi si finisce per farsi male.

Aggiungerei qualche notazione a quanto scritto nell’articolo, sulla scorta di quanto emerso qualche anno fa in un convegno organizzato a Jesi dal dottorato delle tre università marchigiane alle quali aderisce anche la mia facoltà. In quel convegno, al quale partecipavano amministratori delegati e/o direttori finanziari delle società marchigiane quotate, venne affermato che quasi sempre le motivazioni per le quali si va in Borsa sono, banalmente, quelle di consentire ai soci senior di fare cassa, offrendo altresì ai medesimi la possibilità di smobilizzare, in seguito, i propri pacchetti azionari. In definitiva, il mercato secondario sembrerebbe servire più ai soci senior che ai nuovi investitori.

D’altra parte, se è vero ciò che dice Pavesi circa la necessità di indagare sulle motivazioni per le quali ci si quota, nella realtà nessuno è in grado di sapere, ex-ante, quello che accadrà ex-post: ovvero se i fondi raccolti serviranno per ripagare i debiti bancari (è accaduto nel caso di Mediaset ed è stata una storia molto positiva, per l’azienda e per i risparmiatori) oppure per fare nuovi investimenti, crescere (ma contemporaneamente fare cassa, ripianare, almeno temporaneamente, vecchi debiti, ricchi premi et cotillons) e poi fallire, come nel caso di Mariella Burani. Il vero problema è che i soldi, come dice Pavesi, dovrebbero essere investiti quando servono alle necessità dell’azienda, e non ai vecchi proprietari. Solo che nessuno è in grado di farlo prima e il mercato, spesso e volentieri, non se ne accorge.

1 Comment »

  1. Ho dimenticato un aspetto non secondario della questione. Il capitale di rischio è una bella cosa, è importante, dà equilibrio alla gestione e consente di disporre di risorse stabilmente destinate all’impresa. Tuttavia, non solo non è gratis ma è tutta da dimostrare l’asserzione per cui sia meno caro del denaro preso a prestito in banca. Motivo in più per ragionare non solo sulla vera destinazione dei fondi raccolti in IPO, ma anche sulle qualità professionali e morali dei manager, naturaliter portati a rischiare di più con denari di azionisti spesso privi di voce.

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