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Josè Mourinho
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Educazione Lavoro Università

A quella foce stretta dov’Ercule segnò li suoi riguardi.

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;        87

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: “Quando        90

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,        93

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ‘l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,        96

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;        99

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.        102

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.        105

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi        108

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.        111

“O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia        114

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.        117

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.        120

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;        123

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.        126

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ‘l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.        129

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ‘ntrati eravam ne l’alto passo,        132

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.        135

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.        138

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,        141

infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso”.

Dante Alighieri, Inferno, Canto XXVI

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Inter

Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada.

Kenneth Branagh, Enrico V

“Lasciate che chi non ha voglia di combattere se ne vada.

Dategli dei soldi perché acceleri la sua partenza,

dato che non intendiamo morire in compagnia di quell’uomo.

Non vogliamo morire con nessuno ch’abbia paura di morir con noi.”

W.Shakespeare, Enrico V

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Banche Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI Relazioni di clientela

Size does (really) matter? Ovvero, ancora sulla dimensione aziendale (3a e ultima parte).

Esiste un vincolo finanziario allo sviluppo, la letteratura economica se n’è occupata tante volte, specialmente nel nostro Paese. Il vincolo finanziario definisce il rapporto fra le risorse disponibili -scarse- e la necessità di impiegarne quantità elevate -almeno normalmente- per crescere, svilupparsi, fare investimenti.

Il vincolo finanziario non è risolvibile esclusivamente dal lato bancario: è impensabile che le banche si facciano carico, più di quanto già accade, del sostegno al fabbisogno finanziario di imprese il cui rischio operativo ricadrebbe, in tal modo, esclusivamente sul finanziatore. E il finanziato, l’imprenditore, non può pensare che un’operazione stia in piedi solo perché una banca la finanzia. Le banche sbagliano, ma quando se ne accorgono non abbandonano sportivamente la partita, richiedono il dovuto.

La crescita è costosa, bisogna potersela permettere, non appena trovando la copertura per i propri fabbisogni, ma verificando che le scelte che si compiono consentano di ritrarre utili adeguati, non appena nominalmente sufficienti. Nessuno può togliere il rischio di impresa, né ai piccoli, né ai grandi imprenditori. Ma se prima di agire si valutassero le conseguenze delle proprie scelte, forse ci si farebbe meno male, evitando dolorosi bagni di sangue, indebitamenti insostenibili, tristi chiusure. Permettersi la crescita significa sia verificare la convenienza e la fattibilità di piani e programmi, come già si è illustrato, ma anche ipotizzare, finalmente, di impiegare capitale proprio, capitale di rischio. Non è appena una questione di garanzie, le garanzie, per quanto valgano, non producono né reddito, né liquidità, non garantiscono altro che il debito a fronte del quale sono state prestate, non assicurano lo sviluppo. Se non si tratta di garanzie, e neppure di banche “cattive”, è una questione, molto più semplicemente, di farsi qualche domanda sul senso di quello che si sta facendo.

(Fine).

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Bolla immobiliare Capitale circolante netto operativo Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Size does (really) matter? Ovvero, ancora sulla dimensione aziendale (2a parte).

La dimensione aziendale, dunque. Non esiste una dimensione ideale, va ricercata caso per caso. Ma non c’è dimensione che possa consentire all’azienda di andare avanti se non si produce sufficiente reddito per ripagare gli investimenti: in altre parole se il rendimento del capitale non è superiore al costo del capitale, dunque se il risultato operativo=risultato della gestione caratteristica non è superiore agli oneri finanziari=interessi passivi.

Su questo punto è bene essere chiari: il rendimento del capitale non può in alcun modo essere inteso come plusvalenza “latente”, ovvero “implicita” nella valutazione di immobili, terreni, etc… In altre parole, che la terra costi moltissimo, così come gli immobili, per esempio ad uso alberghiero, non significa che il prezzo sostenuto sarà ripagato da ritorni adeguati, bensì che è in atto un fenomeno di gonfiamento artificioso e speculativo dei prezzi, che li spinge in su, in maniera del tutto irrazionale. Nella simpatica Riviera riminese, dalla quale abbiamo esportato in Regione il vice-sindaco Melucci (che ha affermato che a sua volta esporterà il modello riminese in Regione: auguri…) il fenomeno della bolla è palese nell’ambito delle valutazioni degli alberghi e degli stabilimenti balneari. In altre parole, che ci sia qualcuno che vende gli alberghi -o un bagno al mare- a prezzi d’affezione, ciò non significa che quel bene sia in grado di ripagare l’investimento, ma solo che esiste un fenomeno speculativo che ha una conseguenza molto semplice: si rientra dell’investimento solo quando e se si riesce a vendere, a propria volta. Non è difficile immaginare che lo stesso ragionamento valga anche per le aziende agricole, in Sicilia, in Toscana, ovunque.

Fare debiti per immobili che poi “si rivalutano sempre” o per comprare aziende che consentiranno il rientro dell’investimento solo in decenni, è del tutto irrazionale e privo di compatibilità finanziaria, tanto più se l’operazione viene effettuata a debito. Se venisse effettuata con denari propri sarebbe parimenti irrazionale, ma almeno il rischio sarebbe inferiore.

Nel concreto, di qualunque azienda si tratti, la dimensione dovrà consentire di generare reddito, compatibilmente con due esigenze:

  1. quella di generare liquidità sufficiente al mantenimento di condizioni di vita adeguate per tutti coloro che dall’azienda traggono sostegno, ovvero l’imprenditore, i soci, i familiari;
  2. che questa liquidità sia sufficiente anche a mantenere solvibile l’azienda in condizioni di normalità, ovvero che si paghino i debiti contratti alle scadenze pattuite.

Ogni altra situazione genera squilibri: se per pagare debiti vecchi devo farne dei nuovi, il problema non consiste nel trovare nuovi finanziatori, magari imprecando se sono di manica corta, bensì nel chiedersi come mai l’azienda non stia in piedi. La vera questione, infatti, non è mai quella della copertura del fabbisogno (chi mi dà i quattrini), quanto piuttosto della sua sostenibilità (sono capace di restituirli).

(segue)

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Analisi finanziaria e di bilancio Fabbisogno finanziario d'impresa Imprese Indebitamento delle imprese PMI

Size does (really) matter? Ovvero, ancora sulla dimensione aziendale (1a parte).

Piccolo è bello è una semplificazione giornalistica, di derivazione sociologica. La capacità immaginifica di Giuseppe De Rita e del Censis, in anni passati fecero il resto, facendo la fortuna di una definizione che nella sua sintesi, tuttavia, fa torto alla complessità della realtà.

Siamo la patria delle piccole e medie imprese, forse sarebbe meglio dire delle micro-imprese, quelle fino 5 addetti, che presidiano, con maggioranze bulgare, l’anagrafe tenuta dalle Camere di Commercio. La media impresa, come studi più o meno recenti hanno dimostrato, è tale proprio perché non più affetta dei difetti della piccola: la media impresa sta già diventando grande, si organizza, si struttura, si dota di risorse, di capitali, di management.

A scanso di equivoci, diciamo che si parla di piccole e di micro.

La prima questione da affrontare è metodologica: non esiste una dimensione ideale, perché la dimensione è nello stesso tempo uno strumento per il raggiungimento di determinati obiettivi -difficile immaginare di costruire una mini-acciaieria o un mini-cantiere navale per costruire petroliere-, dall’altra la dimensione è imposta dalla necessità di rimanere competitivi di fronte a quello che richiede il mercato. Il mercato, ovvero i clienti, i concorrenti, quello che accade intorno a noi.

Le coordinate della dimensione sono di due tipi: da un lato il capitale fisso -impianti, macchinari, attrezzature, la terra, un fabbricato etc…- e quello circolante -clienti, scorte e fornitori- cioè il capitale necessario per fare il lavoro che si è scelto di fare. Dall’altra anche il fatturato, ovvero le vendite realizzate grazie all’impiego del capitale necessario, rappresenta una modalità di misurare le dimensioni aziendali. Capitale investito e fatturato sono coordinate che non possono essere trattate disgiuntamente, perché sebbene il fatturato sia vanità (Cino Ripani docet), senza di esso non si possono generare utili (la verità) e la cassa (la realtà).

Il vero problema è in quale modo avviene tutto questo.

Di qualunque cosa si occupi l’impresa, dal fare le piadine al costruire mobili, dal vendere giocattoli al pulire gli uffici e qualunque sia l’origine dell’imprenditore (i.e.: imprenditore “per caso”, imprenditore “ereditario”, imprenditore “che-si-è-costruito-un-posto-di-lavoro-da-solo”, imprenditore che “so fare solo questo” oppure “faccio questo da sempre”, imprenditore che “lo-faccio-per-autonomia” o “perché-le cose-fatte-con-le proprie-mani-sono-più-belle” deve fare i conti con la realtà, ovvero con la necessità di mantenersi in equilibrio economico e finanziario.

Si tratta di due dati di realtà che non possono essere mai ignorati: l’equilibrio economico, ovvero la capacità della gestione di generare un volume di ricavi sufficiente a coprire i costi è sempre necessario, non può mai mancare, salvo situazioni particolari e assolutamente  temporanee (i.e. la crisi). L’equilibrio finanziario, ovvero la capacità della gestione di generare risorse finanziarie -la parola autofinanziamento definisce bene il concetto- può talvolta venir meno, ma solo temporaneamente, in presenza di esigenze di crescita, investimento, sviluppo. Bisogna ricordare che l’autofinanziamento dipende dagli utili, ovvero dal reddito: se un’azienda perde, mancherà sempre la liquidità, e ne mancherà anche se la banca supplisce, aumentando i fidi (e i debiti). Ma, soprattutto, l’autofinanziamento è l’unica misura della compatibilità di qualunque scelta aziendale: con l’autofinanziamento posso ripagare gli investimenti, i debiti contratti per effettuarli, consentire che l’imprenditore, i soci ed i loro familiari possano avere di che mantenersi. (segue)

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Educazione

Oltre ciò che appare (la realtà è una patria dalla quale ci si attende tutto).

Rembrandt, Adorazione

Il reale mi sollecita a cercare qualcosa d’altro, oltre ciò che appare.

Questo accade perché la realtà afferma la nostra coscienza, in modo tale che essa presente qualcosa d’altro.

La realtà è come una patria dalla quale ci si attende tutto.” (Maria Zambrano)

Julian Carròn, Rimini, 24 aprile 2010

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Imprese PMI

Piccolo è (davvero?) bello.

La fine del Vinitaly, che ho seguito non da vinificatore, ma da analista di bilanci del settore ha stimolato molte riflessioni. Da quella fatta dall’amico Gabriele, uno dei giovani imprenditori di Confbottiglia, traggo spunto per qualche ragionamento. Arido, senza cuore, privo di sentimenti: ma secondo me necessario.

Io non credo che piccolo sia bello “a prescindere”. Nel contempo sono assolutamente certo che tutti gli aspetti positivi dell’essere “artigiani” abbiano una valutazione extra-economica, non quantificabile, e che risiede nell’autorealizzazione personale, nella soddisfazione per le cose fatte bene e con le proprie mani. Il problema è che la dimensione non è un’invenzione degli economisti o dei ragionieri, è ciò che mi consente di stare a galla oppure no, perché con una certa dimensione si sopravvive, raggiungendo un certo livello di vendite, superiore al punto di pareggio. Sotto quel livello, si affoga. Anche se si fa qualcosa di bello, speciale, particolare, con le proprie mani: i conti, gli hard numbers, come li chiamano negli USA, costringono a fare i conti con la realtà. Perlomeno, e da questo punto mi piacerebbe che si cominciasse a riflettere, sul fatto che dalla produzione in avanti occorre distribuire, commercializzare, farsi vedere. Ne parliamo?

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Banche Keynes

John Maynard Keynes (5 giugno 1883-21 aprile 1946)

keynes

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Economisti informazione

Non essere precipitoso (efficienza informativa ed economia criminale)

Internazionale, 16-22 aprile
Come faccio a convincere mio fratello che non avrà futuro se continua a fare il pusher?
G.S. – Londra

Risposta

Non essere precipitoso. Prima esamina i fatti e poi stabilisci se ha fatto la scelta sbagliata. L’economista Steven Levitt e il sociologo Sudhir Venkatesh hanno analizzato la contabilità di una banda criminale. I guadagni di un pusher sono bassi: due euro all’ora quando le cose vanno male e cinque nei periodi migliori. Invece i guadagni di un piccolo boss sono ottimi: 70 euro all’ora, esentasse. Il turnover è frequente e molti sperano in una promozione. Calcolando gli scarsi guadagni iniziali e la possibilità di carriera, in media un pusher arriva a guadagnare dai cinque ai dieci euro all’ora. Può sembrare poco, ma con la disoccupazione che c’è e se non si hanno altre soluzioni è meglio di altri lavori tassati, come fare le pulizie o vendere hamburger. Tuo fratello deve immaginare i possibili guadagni futuri e valutare i pro e i contro. Tenendo presente che entro quattro anni potrebbero sparargli due volte e arrestarlo sei. E che ha una possibilità su quattro di essere ucciso. Una volta che ha deciso quanto vale la sua vita, può fare una scelta razionale. Forse ti farà piacere sapere che di solito sono le gang a pagare il funerale.
Tim Harford
(risponde ai lettori del Financial Times).