Size does (really) matter? Ovvero, ancora sulla dimensione aziendale (1a parte).

Piccolo è bello è una semplificazione giornalistica, di derivazione sociologica. La capacità immaginifica di Giuseppe De Rita e del Censis, in anni passati fecero il resto, facendo la fortuna di una definizione che nella sua sintesi, tuttavia, fa torto alla complessità della realtà.

Siamo la patria delle piccole e medie imprese, forse sarebbe meglio dire delle micro-imprese, quelle fino 5 addetti, che presidiano, con maggioranze bulgare, l’anagrafe tenuta dalle Camere di Commercio. La media impresa, come studi più o meno recenti hanno dimostrato, è tale proprio perché non più affetta dei difetti della piccola: la media impresa sta già diventando grande, si organizza, si struttura, si dota di risorse, di capitali, di management.

A scanso di equivoci, diciamo che si parla di piccole e di micro.

La prima questione da affrontare è metodologica: non esiste una dimensione ideale, perché la dimensione è nello stesso tempo uno strumento per il raggiungimento di determinati obiettivi -difficile immaginare di costruire una mini-acciaieria o un mini-cantiere navale per costruire petroliere-, dall’altra la dimensione è imposta dalla necessità di rimanere competitivi di fronte a quello che richiede il mercato. Il mercato, ovvero i clienti, i concorrenti, quello che accade intorno a noi.

Le coordinate della dimensione sono di due tipi: da un lato il capitale fisso -impianti, macchinari, attrezzature, la terra, un fabbricato etc…- e quello circolante -clienti, scorte e fornitori- cioè il capitale necessario per fare il lavoro che si è scelto di fare. Dall’altra anche il fatturato, ovvero le vendite realizzate grazie all’impiego del capitale necessario, rappresenta una modalità di misurare le dimensioni aziendali. Capitale investito e fatturato sono coordinate che non possono essere trattate disgiuntamente, perché sebbene il fatturato sia vanità (Cino Ripani docet), senza di esso non si possono generare utili (la verità) e la cassa (la realtà).

Il vero problema è in quale modo avviene tutto questo.

Di qualunque cosa si occupi l’impresa, dal fare le piadine al costruire mobili, dal vendere giocattoli al pulire gli uffici e qualunque sia l’origine dell’imprenditore (i.e.: imprenditore “per caso”, imprenditore “ereditario”, imprenditore “che-si-è-costruito-un-posto-di-lavoro-da-solo”, imprenditore che “so fare solo questo” oppure “faccio questo da sempre”, imprenditore che “lo-faccio-per-autonomia” o “perché-le cose-fatte-con-le proprie-mani-sono-più-belle” deve fare i conti con la realtà, ovvero con la necessità di mantenersi in equilibrio economico e finanziario.

Si tratta di due dati di realtà che non possono essere mai ignorati: l’equilibrio economico, ovvero la capacità della gestione di generare un volume di ricavi sufficiente a coprire i costi è sempre necessario, non può mai mancare, salvo situazioni particolari e assolutamente  temporanee (i.e. la crisi). L’equilibrio finanziario, ovvero la capacità della gestione di generare risorse finanziarie -la parola autofinanziamento definisce bene il concetto- può talvolta venir meno, ma solo temporaneamente, in presenza di esigenze di crescita, investimento, sviluppo. Bisogna ricordare che l’autofinanziamento dipende dagli utili, ovvero dal reddito: se un’azienda perde, mancherà sempre la liquidità, e ne mancherà anche se la banca supplisce, aumentando i fidi (e i debiti). Ma, soprattutto, l’autofinanziamento è l’unica misura della compatibilità di qualunque scelta aziendale: con l’autofinanziamento posso ripagare gli investimenti, i debiti contratti per effettuarli, consentire che l’imprenditore, i soci ed i loro familiari possano avere di che mantenersi. (segue)

4 Comments »

    • Signora, Lei è troppo intelligente per credere davvero a quello che dice: se le cose fossero come le racconta Lei, tutti i produttori di nicchia, piccoli e carini, vivrebbero in un mondo incantato, di vendite full optional, di pagamenti immediati e di clienti ansiosi di svuotare loro il magazzino. Chieda ai nostri amici Gian Paolo o Gabriele, a tacere del mio fratellino, se è davvero così…

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  1. gentile sig “finanza” , so bene che non siamo nel mondo delle fiabe e che stiamo attraversando un brutto momento, ma lo è per le piccole e per le grandi aziende , quello che volevo dire a gabriele è che se la fotuna decide di assisterti a piazzare bene il prodotto diciamo ci si vive bene, puoi avere l azienda piu grande che vuoi ma se non hai un buon prodotto e non lo vendi siamo punto acapo , dopo se parliamo di aziende grandi con un nome e con prodotto scadente ma che ha favoritismi ….. be quella è altra storia . in quanto a chiedere non devo farlo ne a gabriele ne a gian paolo , ho lavorato 10 anni in azienda (piccola)vitivinicola so come vanno le cose non dico che non sia dura stare a galla ma con tanti sacrifici e se uno crede in cio che fa torno a ripetere PICCOLO è BELLO . CIAO

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