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Banche Liquidità Ripresa Rischi Vigilanza bancaria

Aumentare il patrimonio non minaccia la ripresa.

Il prof.Marco Onado

(..) La conseguenza, e qui sta l’indicazione di policy più importante, è che aumentare il patrimonio e migliorare la liquidità delle banche (cioè procedere spediti per realizzare Basilea-3) non solo non minaccia la ripresa, ma è condizione essenziale per una crescita mondiale sostenibile. Una serie di esercizi di simulazione dimostra come un maggior livello di patrimonio potrebbe ridurre lo spread che oggi i mercati chiedono per finanziare le banche e dunque compensare i maggiori costi per la ricapitalizzazione. Non solo. Se le banche attuassero processi di ristrutturazione più severi, riducendo i costi operativi (e i livelli di remunerazione) come hanno fatto tutti i settori produttivi che hanno attraversato crisi strutturali, si potrebbero realizzare condizioni di redditività migliori di quelle passate e si potrebbe aumentare il credito al settore produttivo, come aveva già mostrato un altro esercizio condotto dalla Bank of England nel recente Financial Stability Report.
È la risposta più convincente ai banchieri che si stracciano le vesti sostenendo che le nuove misure prudenziali avrebbero effetti disastrosi sulla redditività e sull’offerta di credito. Dunque la riforma non deve affatto essere rimandata a tempi migliori: come per il rigore fiscale, si può e si deve cominciare subito, anche se ovviamente con la dovuta gradualità.(..)

Marco Onado, Il Sole 24 Ore, 30 giugno 2010

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Energia, trasporti e infrastrutture Giulio Tremonti Sviluppo

Come quintuplicare il costo della bolletta energetica.

Massimo Mucchetti, sul Corriere di oggi, riporta la storia, assai istruttiva per chi si interessi di energia e del suo inevitabile legame con lo sviluppo, raccontata nel blog di Chicco Testa.

Mucchetti, che è condirettore di un giornale che è pur sempre il paladino di tutto quanto sia politically correct, forse non è stato letto con attenzione dai suoi azionisti di riferimento e, soprattutto, dal grande giornalista collettivo, ecologista, verde e pacifista: altrimenti non sarebbe neppure a pag.29, nella pagina delle lettere a Sergio Romano (bisogna provare a leggerne un po’ per rattristarsi fino in fondo sul destino del Paese), forse sarebbe accanto alle previsioni del tempo. In sostanza, la storia riportata sul Corriere fa capire quanta ideologia ci sia dietro un affare che, molto redditizio per alcuni, rischierebbe di costare carissimo al contribuente italiano. Il che, oltre a far riflettere sui già paventati rischi di flop per chi sposa ad occhi chiusi la causa del fotovoltaico, mi fa sperare, ed è tutto dire, nella chiusura dei cordoni della borsa da parte di Tremonti.

Anyway, le conclusioni di Mucchetti dovrebbero bastare: “(..) tra timori del vecchio monopolio e compiacenza verso i furbetti dell’ecologia, la green economy in salsa di pomodoro sta rinnovando gli orrori del Cip 6, che arricchì petrolieri ed industriali vari con gli aiuti di Stato alla produzione elettrica.”

Continuiamo a riparlarne, per intanto c’è il link permanente al blog di Chicco Testa.

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Banche BCE Liquidità Relazioni di clientela Rischi

Il credit crunch e la liquidità dei bilanci bancari.

Il Sole 24 Ore, a firma di Giuseppe Chiellino, ipotizza che si stia preparando un nuovo credit crunch, stante l’ammontare elevatissimo di liquidità che le banche europee hanno parcheggiato presso strumenti diversi da quelli degli impieghi in prestiti. In realtà l’ipotesi pare più lo spunto per un lancio giornalistico di una questione un po’ più tecnica e specifica, ovvero il venire a scadenza di tutte le operazioni di open market fatte in passato dalla BCE per dare liquidità ai mercati.

Il credit crunch c’è stato, continuare ad evocarlo non serve a tenerlo lontano. Servirebbero piuttosto atteggiamenti e culture della relazione di clientela diverse, da parte della banche e da parte delle imprese: il che, stante quello cui si assiste in questo periodo, pare essere, purtroppo, uno degli aspetti che la crisi ha meno modificato.

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BCE Bolla immobiliare Crisi finanziaria Germania Sviluppo

Contenti di drogare (il settore delle costruzioni).

(..) La causa della mancanza di competitività di molti paesi europei non sono i guadagni di competitività della Germania, ma politiche sbagliate perseguite negli ultimi anni. Per esempio, in Portogallo e soprattutto in Spagna la crescita economica degli ultimi 15 anni si è concentrata esclusivamente nel settore delle costruzioni: per anni e anni i governi sono stati contenti di drogare questo settore, ignorando la perdita di competitività del resto dell’economia. Mancate riforme del mercato del lavoro, una pressione fiscale forte (per chi paga le tasse) e un impiego pubblico gonfiato hanno fatto il resto.

Alberto Alesina, Roberto Perotti, Il Sole 24 Ore, 26 giugno 2010

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Banche Crisi finanziaria Germania USA Vigilanza bancaria

Allontanare (?) i rischi.

La riforma del sistema finanziario introdotta dalle due camere USA, pur se non segna una svolta epocale -la lobby dei banchieri continua ad essere molto ben rappresentata nei palazzi del potere americani- è tuttavia sempre qualcosa in più di quanto abbia fatto l’Europa, che insegue affannosamente la Germania, prima della classe che non vuole far copiare i compiti.

Quanto al divieto del proprietary trading, come afferma Christopher Dodd, il senatore democratico autore della riforma – il suo obiettivo primario è “ridurre la partecipazione in attività altamente richiose da parte di quelle istituzioni finanziarie che sono “centrali” al sistema; il secondo è di porre un deciso stop all’utilizzo di fondi a basso rischio, assicurati dal Governo, per attività altamente speculative”. Si è così concretizzata l’idea dell’ex-governatore della Federal Reserve, Paul Volcker (la c.d.Volcker rule), deliberata nonostante l’ostilità delle banche.

Meno convincente appare la soluzione escogitata per la negoziazione degli strumenti finanziari derivati, per la quale sono state poste limitazioni alle banche USA, che non potranno più svolgere tale business direttamente ma solo attraverso apposite società costituite ad hoc, che potranno, nelle intenzioni del legislatore americano, essere fatte fallire senza pregiudizio per il sistema bancario. In sostanza, se i rischi non sono nel mio portafoglio, ma nel portafoglio di una controllata o di una partecipata, la partecipata può fallire e la banca non ne risentirà.

L’idea non pare convincente. La storia della crisi insegna che i titoli tossici erano stati sì allontanati dai bilanci degli originators, ma senza scomparire, infilati senza troppi scrupoli nei portafogli degli investitori di mezzo mondo; e infatti il loro “ritorno” ha segnato le difficoltà economiche e finanziarie di tanti intermediari. Pare difficile, in sostanza, immaginare che il fallimento di un intermediario specializzato nella gestione di assets ad alto rischio non si rifletta, perlomeno in termini di perdite di bilancio -dunque sul patrimonio di vigilanza- della controllante, con conseguenza non dissimili da quelle, disastrose, già registrate nel recente passato. Può essere un’interpretazione viziata da pessimismo, ma si ha l’impressione che nel are pulizia, anziché portare via la spazzatura, la si accumuli un po’ più in là, dove non la si vede e non la si nota. Ma la spazzatura c’è, e si sta accumulando.

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Banche Banche di credito cooperativo Formazione Giulio Tremonti Lavorare in banca Sud Sviluppo

Fare banca in Sicilia.

Avevo già avuto una sensazione analoga anni fa lavorando con gli analisti del Banco di Napoli: gente tosta, preparata, in grado di discernere e valutare correttamente il merito di credito delle imprese, con un approccio serio e rigoroso, anche se non asettico.

Tre giorni passati in Sicilia, con una ventina di analisti ed addetti fidi del Credito Cooperativo mi hanno confermato che se il sistema bancario nel Mezzogiorno è scomparso, divenendo appannaggio di grandi banche del Nord, che al Sud fanno solo raccolta, la colpa non è della qualità del capitale umano, anzi. La colpa è di coloro che il sistema bancario hanno (mal)guidato e portato al fallimento, con scelte miopi, discutibili, frutto di criteri che di economico avevano ben poco.

Lavorare con queste persone fa capire che la Banca per il Sud, la “strana cosa” voluta da Giulio Tremonti non è appena un progetto che rischia di tramutarsi in un carrozzone, come più volte paventato da più parti. E’ inutile e soprattutto è costosa. Non mancano denari per i progetti, né persone abili e preparate in grado di valutarli: manca un ceto professionale ed imprenditoriale che abbia fatto della formazione del proprio capitale umano il punto di eccellenza del proprio lavoro, piantandola, finalmente, di scegliere in base ai contributi, ma in base ai criteri dell’equilibrio e dello sviluppo aziendale. Non dovrebbe essere un’impresa titanica.

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Educazione

Allons enfants

Nicholas Anelka

Questi giocatori non sono solo odiosi, ma anche grotteschi. Non è stata una rivolta, ma un putsch di delinquenti miliardari. Non si possono selezionare in nazionale giovani che se ne infischiano della Francia. Sono una banda di piccoli teppisti, simbolo della cultura hooligan. Quello che non funziona in campo è quello che non funziona nella società francese: mancanza di rispetto degli scolari verso i maestri, rifiuto dell’autorità, disobbedienza civile.

Alain Finkielkraut

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Economisti Germania Keynes Ripresa Sviluppo

Asini matricolati.

“Se il risanamento dei conti pubblici si dimostrerà la via maestra per la ripresa e una crescita rapida, allora potremo anche seppellire Keynes una volta per tutte. Se al contrario i mercati finanziari e i loro portabandiera politici si riveleranno degli “asini matricolati” come pensava Keynes, allora bisognerà prendere di petto la sfida, che rappresenta per il buon governo, il potere finanziario”.

Robert Skidelsky

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Energia, trasporti e infrastrutture Giulio Tremonti Silvio Berlusconi

Interventi a gamba tesa (del fotovoltaico, del GSE, di Giulio Tremonti e di altre storie)

Certificati verdi fritti.
Parafrasando il titolo di un vecchio film, si potrebbe definire così la fine che sono destinati a fare quei titoli che certificano l’avvenuta produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, se non fosse cancellato o almeno modificato l’articolo 45 della manovra finanziaria varata dal governo e di prossimo approdo in Parlamento. Il quale, appunto, prevede il congelamento, con carattere retroattivo, dell’obbligo del ritiro sul mercato da parte del Gestore dei Servizi Elettrici (GSE) dei certificati verdi in eccesso, strumento che ha finora garantito l’equilibrio fra una domanda ridotta e l’offerta e sulla cui esistenza e continuità sono stati costruiti i business plan delle tante società – molte delle quali quotate in Borsa – che negli ultimi anni hanno reso importante anche in Italia, per ricchezza e occupazione prodotta, il settore delle energie alternative. Il quale oggi, valendo circa 5,3 miliardi in termini di progetti finanziati e dando lavoro a oltre 110 mila addetti, rappresenta uno dei più grossi investimenti in atto nel nostro paese. Investimenti che l’intervento a gamba tesa del governo rischia di cancellare, vuoi perché rende assolutamente inaffidabile per imprevedibilità
normativa il mercato dei certificati verdi, e indirettamente quello di tutte le incentivazioni, vuoi perché c’è il pericolo che il prezzo dei titoli crolli,
influendo negativamente sul ritorno degli investimenti già realizzati e di quelli programmati.

Pasquale Bruno, difensore della Juve, fine dicitore ed esperto in palleggio.

Tra l’altro, in questo caso non c’è neppure la giustificazione dei tagli, sacrosantemente necessari, da fare alla spesa pubblica, visto che l’esborso sostenuto dal GSE (100 per cento
Tesoro) – per il 2010, a rifarsi sulle produzioni certificate nel 2009, sono in ballo circa 600 milioni – in realtà lo pagano i cittadini con le bollette attraverso maggiori oneri (2 per cento, qualche centesimo al giorno) incorporati nella tariffa elettrica. Certo, il meccanismo fin qui sperimentato comporta un temporaneo sbilanciamento dei conti del GSE, visto che l’esborso di cassa avviene nei mesi di giugno e luglio cui si fa fronte con graduali recuperi tariffari nel corso dell’anno, ma questo piccolo problema non può certo giustificare l’enorme danno che il potenziale default delle imprese arrecherebbe al settore delle fonti rinnovabili e alle banche che lo hanno finanziato (sono in gioco circa 7 miliardi di crediti destinati a diventare sofferenze). Né, tantomeno, quel piccolo risparmio può essere compensativo del danno futuro che l’articolo 45 della manovra è destinato a creare, e cioè la cancellazione di qualsiasi investimento, sia in impianti che in tecnologia. Tanto per fare un esempio, domani a Carmignano di Brenta (Padova) s’inaugura alla presenza di molti esponenti di governo il completamento della linea produttiva di un’azienda gioiello, la Helios Technology del gruppo Kerself, che rappresenta la più importante realtà italiana nella produzione di celle e moduli fotovoltaici. Ora, tutto questo andrebbe a farsi friggere se nel corso dell’iter parlamentare che deve portare alla conversione in legge del decreto di aggiustamento dei conti pubblici l’articolo 45 non dovesse essere cassato.
A proposito di articolo 45. Ma sarà possibile? A favore della “riscrittura” della manovra sono in pista ben altri interessi, e oltre tutto la partita si è fatta politicamente complicata all’interno della maggioranza. Ma nello specifico di questo problema, la commissione Ambiente del Senato, lo stesso ministro Prestigiacomo e soprattutto il ministero dello Sviluppo economico – dove peraltro siede il premier, così voglioso di cambiare la manovra in profondità – hanno già preso posizione a favore di un qualche intervento, spinti anche da Confindustria e dagli operatori della green economy. Ora, però, non si tratta semplicemente di cancellare l’articolo 45, perché se così fosse da un lato non si risolverebbe il problema dello sbilanciamento di cassa del GSE e dall’altro rimarrebbe l’alea di un’incertezza normativa sempre possibile che probabilmente indurrebbe i capitali internazionali a stare lontani dalle fonti rinnovabili italiane. Dunque, è necessario un intervento più articolato. Che potrebbe essere così articolato: 1) abolizione dell’articolo 45; 2) dotare il GSE di una linea di credito, da parte delle stesse banche che subirebbero un enorme danno dal mantenimento di questa norma, con cui si anticipano le risorse finanziarie necessarie per ritirare i certificati verdi, in attesa di recuperarle dalla bolletta elettrica; 3) recepire subito, anziché entro il limite massimo di dicembre, la direttiva comunitaria relativa al piano per le rinnovabili, e in quella sede rivedere, in modo concordato con gli operatori del settore, il sistema degli incentivi. Proviamoci.
Enrico Cisnetto, Il Foglio, 18 giugno 2010

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Banche Economisti Vigilanza bancaria

James Tobin è vivo

James Tobin, Premio Nobel per l'economia

e lotta con noi.