A cosa serve la Borsa.

Sulla scorta della Relazione Consob per il 2009 Massimo Mucchetti sul Corriere Economia di oggi (“Se la Borsa non serve alle imprese“)  riflette sulle finalità della Borsa stessa. Mucchetti ricorda che le funzioni del mercato sono quelle di fissare il prezzo degli strumenti quotati, favorire la riallocazione dei diritti proprietari sulle imprese e consentire l’incontro fra datori di fondi (risparmiatori) e prenditori di fondi (le imprese). Tutto vero, come da manuale. Meno comprensibile appare la riflessione riguardante Cardia, presidente uscente della Consob, che “non si pone il problema di come i mercati finanziari non siano stati in grado di valutare il rischio implicito nell’assunzione smodata di debito da parte di imprese e famiglie“. Aggiunge Mucchetti che “i debiti si vedevano“.

Ora, sarebbe utile capirsi anzitutto sul concetto di mercati finanziari, un’entità nebulosa ed astratta, di volta in volta malvagia o saggia, (quando i mercati speculano al ribasso sono malvagi, soprattutto se prendono di mira gli stati sovrani del PIGS, quando selezionano -già, quando?- buone opportunità di investimento sono saggi). Ma a parte provare ad intendersi sulla definizione di “mercati”, talvolta democraticamente evocata, talaltra furbescamente demonizzata, sarebbe utile fermarsi a pensare se i mercati siano razionali. Basterebbe scorrere i grafici dei listini degli ultimi dieci/quindici anni per capire che si tratta di un’affermazione velleitaria, come peraltro documentato da una letteratura scientifica ormai sterminata. Chi doveva vedere i debiti? I mercati, o forse le banche, che avevano contribuito ad alimentarli?

E allora? Mucchetti, forse costretto dallo spazio, arriva rapidamente alla conclusione che “le Borse hanno fallito il compito primario di fare i prezzi, e l’italiana più delle altre”. Sì, ma quali prezzi? Quelli efficienti? Chi decide se i prezzi siano efficienti? Non certamente la Consob, così come nessuna autorithy; quando i prezzi sono decisi da qualche autorità, non è mai un bel segnale, la democrazia economica non viaggia mai da sola. D’altra parte, per il solo fatto che uno scambio avvenga, a quel prezzo, il prezzo non solo viene fatto ma consente di incrociare preferenze contrapposte, dunque la Borsa non ha fallito, i prezzi sono stati segnati, gli scambi effettuati.

Mucchetti giustamente sottolinea che la conseguenza del malfunzionamento della Borsa Italiana è rappresentata principalmente dal non aver favorito “l’afflusso di capitali dai soci vecchi e nuovi alle imprese quotate, ma esattamente il contrario.” In sostanza, dividendi e buy-back, che peraltro non sono un’esclusiva tricolore, sono sempre più elevati in rapporto alle risorse raccolte, come se la Borsa assolvesse il suo compito al contrario.

Ma se il problema, come giustamente Mucchetti adombra nella sua conclusione, è “cambiare motore modificando in radice la finanza d’impresa”, ovvero se la questione è culturale, perché non dire che il problema della Borsa Italiana, a dispetto, appunto, di tanta retorica -la cui matrice accademica è ben nota, con libri e contributi pseudo-scientifici di una banalità sconvolgente- perché non dire che il problema è dal lato dell’offerta, ovvero delle imprese? E, soprattutto, perché non dire che il problema non è appena italiano, ma mondiale? Fare a meno del moralismo non significa necessariamente meno regole, significa solo essere più realisti e non credere nel potere taumaturgico delle regole. La SEC che ha fatto “sputare” indietro i compensi ed i superbonus dei manager USA, non fissa prezzi, non decide sugli ingressi in Borsa, non vaglia le intenzioni di imprese e risparmiatori. Aspettarsi che più regole rendano più attrattivo e meno speculativo e volatile il mercato mobiliare italiano, gestito peraltro da una società privata e per azioni, è come pensare che il codice penale non serva più a nulla perché vige la pena di morte. Come insegnano proprio gli USA, non è così. Proprio per questo c’è solo un modo per realizzare ciò che auspica Mucchetti, ovvero il cambiamento in radice. Ma si realizza non con le regole, ma con una concezione del fare impresa e del risparmio che rimetta al centro questioni dimenticate. Ovvero che l’impresa non mi appartiene, che ha uno scopo che va oltre la speculazione ed il profitto; e che il risparmio è sacrificio, non azzardo. Per tutto questo occorre tempo e lavoro, sui giornali, nelle università, nelle scuole, nelle aule di formazione, perché la questione, come sempre, è personale.

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