Lo scandalo di Goldman Sachs.

Lloyd Blankfein, CEO di Goldman Sachs

Lo scandalo, se la memoria vacillante del greco (a sua volta vacillante)  non mi inganna, è qualcosa nel quale si incappa, si inciampa. E’ posto lungo il cammino, non si può ignorarlo, come uno di quei sassi che in montagna, durante le camminate, obbligano il sentiero a deviare. Lo scandalo sono i profitti di Goldman Sachs, i cui boys sono collocati nei gangli del potere, lobbistico e non, degli States.

Su tutto ciò che rappresenta il caso Goldman Sachs, ma anche il dibattito che ha suscitato, sul potere ed il suo utilizzo, sulle conseguenze di questo uso e sul giudizio che ognuno deve darne, io credo sia opportuno rileggere le considerazioni iniziali riportate nell’intervento che Juliàn Carròn ha fatto nel corso dell’assemblea generale della CdO lo scorso anno.

“Noi siamo chiamati a vivere questa sfida in un contesto culturale in cui la risposta a questa tensione sembra palese: l’individualismo. Detto con una frase: io raggiungo meglio il mio bene se prescindo dagli altri. Di più: l’individualista vede nell’altro una minaccia per raggiungere lo scopo della propria felicità. È quanto si può riassumere nello slogan che definisce l’atteggiamento proprio di questa mentalità: homo homini lupus. Ma dicendo così la modernità si mostra incapace di dare una risposta esauriente, vale a dire che contempli tutti i fattori in gioco. Infatti la concezione individualista risolve il problema cancellando uno dei poli della tensione. E una soluzione che deve eliminare uno dei fattori in gioco, semplicemente,non è una vera soluzione. Fino a quale punto questa impostazione è sbagliata si vede dal fatto, emerso clamorosamente, della sempre più urgentemente sentita richiesta di regole. Quanto più l’altro è concepito come un potenziale nemico, tanto più viene a galla la necessità d’un intervento dall’esterno per gestire i conflitti. Questo è il paradosso della modernità: più incoraggia l’individualismo, più è costretta a moltiplicare le regole permettere sotto controllo il“lupo”che ognuno di noi si rivela potenzialmente essere. Il clamoroso fallimento di questa impostazione è oggi davanti a tutti,malgrado i tentativi di nasconderlo. Non ci saranno mai abbastanza regole per ammaestrare i lupi.
Questo è l’esito tremendo quando si punta tutto sull’etica invece che sull’educazione, cioè su un adeguato rapporto tra l’io e gli altri. Ma non è tanto l’incapacità delle regole a costituire il problema. La vera questione è che l’individualismo è fondato su un errore madornale: pensare che la felicità corrisponda all’accumulo. In questo la modernità dimostra ancora una volta la mancanza di conoscenza dell’autentica natura dell’uomo, di quella sproporzione strutturale di leopardiana memoria. Per questo l’individualismo, ancor più che sbagliato, è inutile per risolvere il dramma dell’uomo. Inoltre occorrerebbe aggiungere anche un ulteriore inganno, proclamato dal potere dominante: che si possa essere felici a prescindere dagli altri.”

Il problema, dunque, non sono le regole, anche se le regole ci vogliono e vanno applicate; ed il problema non è neppure il potere, che da sempre ha zone grigie e zone d’ombra, che da sempre è contiguo alla vita economica, in Italia, come negli Stati Uniti come altrove. Il problema, e lo sottolinea bene Carròn, siamo noi, è dentro di noi. Come quando don Giussani diceva che “se ci fosse una educazione del popolo tutti starebbero meglio.” Voleva dire che se le persone fossero educate a stare di fronte alla realtà secondo la totalità dei suoi fattori, ci si accorgerebbe che il problema non è mai di qualcun altro che è normalmente più forte, più cattivo, più approfittatore ed in grado di fare male, dividendo in modo manicheo il bene ed il male in capo agli uomini. Ci si accorgerebbe che la questione riguarda noi, che non siamo normalmente più buoni, o generosi o altruisti degli altri: cioè, come dicevo un anno fa, non siamo migliori di loro. A mio parere vuole dire, per esempio, che si può cominciare a scegliere la banca con cui lavorare, educandosi a capire cosa questo significhi, che si può cominciare a farsi domande sul senso del proprio lavoro, che si può spendere la propria consapevolezza facendola diventare apertura alla realtà. Ci si può interrogare tutta la vita sul potere e sulla cattiveria umana, senza cambiare nulla, prima di tutto dentro noi stessi. Oppure si può cominciare a educare se stessi, cercando maestri e la loro compagnia, lavorando sul significato di quello che si fa e confrontandosi con chi ti può aiutare, concependo sè non come qualcosa di astratto, ma come vivo e presente nel mondo, nell’ambiente, nelle aule, nelle banche, ovunque. Cioè facendosi domande e cercando risposte, ma non in modo astratto, perché per essere astratti basta poco: basta pensare che il problema riguardi gli altri e non la mia vita. Per educare ed educarsi occorre porsi la domanda del significato, prima di tutto per sè. So che questo mi interpella personalmente, per esempio nel modo di fare lezione in università, nel modo con cui rispondo agli studenti ed ascolto quello che hanno da dirmi; ma anche nel modo con cui sollecito ognuno di loro ad andare oltre quelle 60 ore finalizzate a dare un esame. Questo della ricerca del significato è il lavoro della vita, e non finisce mai. Accettare questo vuol dire mettersi in gioco, ora, sapendo, come diceva Giussani nel post che ha preceduto la vacanza di John Maynard, che “abbiamo voluto parlare di destino e scopo perché tutto va a finire lì.” Anche Lloyd Blankfein.

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