Facciamo a capirci.

Ubi banca. All’indomani (finanziario) della pubblicazione degli stress test il titolo Ubi banca è il più penalizzato fra gli istituti italiani coinvolti nella maxi-valutazione europea con un ribasso superiore all’1 per cento. L’istituto – che l’anno scorso ha sottoscritto un 1,9 miliardi di euro in bond ibridi – non sta prendendo in considerazione un aumento di capitale e continuerà a distribuire dividendi, secondo quanto comunicato dall’amministratore delegato Victor Massiah. Ma l’impatto degli stress test, da cui è emerso un Tier 1 al 6,8% in caso di scenario avverso, non è piaciuto agli analisti. «È stato superiore al previsto a causa di un maggiore costo del credito. Anche le perdite previste sul trading book sono state ben superiori – spiegano gli analisti di Equita -. Sul risultato degli stress test ha inciso negativamente anche la minor base di partenza del trading income che nel 2009 aveva contribuito per solo il 7% al risultato operativo rispetto al 15% della media di settore. In ogni caso, anche se il risultato dello stress test è deludente, la posizione di capitale di Ubi è ben sopra il livello di guardia», concludono gli analisti, che per il 2010 stimano un Core Tier 1 all’8% circa.

Così Il Sole 24 Ore on line di oggi, che ritorna sulla questione degli stress test.

Ora, a parte la sensazione, abbastanza sgradevole, che da parte di molti si siano presi i risultati degli stress test unicamente in chiave di “come reagiranno i mercati“; a parte che i suddetti mercati fanno, come sempre, quello che vogliono e al riguardo si è assistito alla diffusione di ogni sorta di notizia più o meno difforme; a parte che gli americani hanno sostenuto essere gli stress test europei non sufficientemente affidabili, che è un po’ come se il piromane esperto desse del dilettante al ragazzino con la molotov; a parte che le banche tedesche non hanno comunicato integralmente tutti i loro dati (e la pietosa difesa di Bundesbank and co. è stata che “non possiamo obbligarli“) e a questo punto non sai più di chi fidarti, poiché persino la Merkel viene meno. A parte tutto questo, facciamo a capirci, appunto.

Se UBI ha realizzato perdite sul trading bookben superiori“, nonostante il modesto contributo del trading income al risultato operativo, se ne dovrebbero trarre due conclusioni:

  1. UBI non è neppure capace di fare profitti nel modo con cui tutte le banche, più o meno orgiasticamente, sono riuscite negli ultimi due anni;
  2. UBI, che ha svolto attività tradizionale (se fai trading non fai lending e viceversa), l’ha svolta male, visto l’elevato costo del credito.

Di conseguenza si potrebbe rilevare e rimarcare che l’annunciata ininterrotta distribuzione di dividendi della banca guidata da Victor Massiah sia quantomeno incongrua: e scagliarsi, con opportuna vis polemica, contro chi fa strame dei precetti delle autorità di Vigilanza e del bon ton del mercato del credito. Invece no, niente di tutto questo. Ci pensa una SIM, una banca d’affari, qualcuno che offre gli elementi di riflessione, ma i giornali no. Perché è così difficile parlare chiaro?

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