Siamo nati per soffrire.

Fa notizia il comunicato ABI, che riprende in realtà i dati periodicamente diffusi dalla Banca d’Italia, per l’evidenza, ormai anche matematica, della crescita dei prestiti in sofferenza e di ciò che sta sotto a questo fenomeno, ovvero la difficoltà delle imprese nel rimborsare i debiti contratti presso il sistema bancario.

Chi scrive ha avuto modo di verificare direttamente che molte di queste sofferenze sono di natura ispettiva, ovvero iscritte a seguito di svolgimento di ispezioni di Banca d’Italia presso le banche e decise nonostante la volontà della banca ispezionata o in maniera difforme da essa. In altre parole, molte banche, soprattutto locali, mantengono nel portafoglio degli impieghi vivi prestiti che poi, alla prima ispezione periodica, devono essere stornate. In altre parole, quando un prestito è classificato a sofferenza se non è stato fatto tutto quello che si poteva per evitarlo, poco manca; e la segnalazione, alla Centrale dei Rischi, dello status del prestito, non fa che aggravare la situazione del debitore, poiché la rende nota e conclamata anche al resto del sistema bancario ed ai fornitori.

Il vero problema non sono le sofferenze in quanto tali, ma l’iceberg di cui sono la punta, ovvero le difficoltà delle imprese. E, a guardare bene, per ognuna di esse, ci si dovrebbe chiedere se e quanto sia stata tempestiva l’appostazione a sofferenza, ispettiva o no, se davvero si è fatto tutto il possibile o se, al contrario, si è fatto fin troppo, attivando un accanimento terapeutico che non serve a chi è stato finanziato ultra vires; e sottrae risorse ad imprese che magari le avrebbero meritate, di più e, soprattutto, prima.

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