Fra “partenariato” e “solitudine”: come banalizzare il dibattito sul rapporto banca-impresa.

Viene definito “appello” quello lanciato il 29 settembre, nel corso di un dibattito presso la sede del Sole 24 Ore, dal presidente di Piccola Industria di Confindustria, Vincenzo Boccia. L’appello è ad avere banche forti ed imprese forti, il convegno “La finanza per le imprese” incentrato sugli strumenti per rafforzare il patrimonio. Nel servizio, a firma di Cristina Casadei sono riportate affermazioni e proposizioni talmente vecchie e banali da far sorgere il dubbio che il dibattito risalisse a 10-15 anni fa. Mauro Costa di Banca Arner -banca svizzzera, peraltro- si premura di farci sapere che “come banca Arner noi siamo i primi a voler alleviare la solitudine (sic) del piccolo imprenditore che va aiutato nella relazione sempre più impersonale con il sistema bancario prodotta dalle nuove regole“. Paolo Casiraghi, consigliere di Banca Arner osserva, per esempio, che deve esserci un nuovo (nuovo?) approccio al patrimonio: «Ci sono dei patrimoni privati che non sono correlati con quello dell’azienda e che possono essere costituiti sia da immobili che da liquidità – osserva il manager –. È anche su questi che devono essere costruiti i piani per l’accesso al credito». I piani industriali «spesso peccano e devono essere rimessi in linea perché gli aspetti tecnici introdotti da Basilea 3 sono molto più demanding (demanding?)e le imprese non sembrano essere organizzate», aggiunge Costa. Il punto fondamentale è capire «come le banche leggono le imprese – dice Casiraghi –. In genere prendono in considerazione un dato sopra tutti gli altri e cioè l’indice di fallimento. Ma non si può tradurre l’imprenditore e la sua azienda solo in questo numero. Noi cerchiamo di costruire un piano considerando tutto il patrimonio, in modo tale che emerga un fattore di rischio chiaro».

Dunque la novità sarebbe quella di “considerare tutto il patrimonio“: la cara vecchia confusione del patrimonio personale dell’imprenditore e l’azienda, le garanzie come presidio non di seconda, ma di prima linea del credito. Non l’indice di fallimento (si presume che con ciò si intenda la PD o probability of default) ma, probabilmente, la PD e le garanzie. Una novità davvero sconvolgente.

L’articolo continua affermando, incredibile auditu, che “a poter concorrere al rafforzamento patrimoniale delle imprese però non ci sono solo le banche. C’è la Borsa per esempio, che però in Italia non sembra aver riscosso il successo di altri paesi. «I motivi per cui non aumentano le imprese quotate sono tanti – spiega Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa Italiana–, per esempio il fatto che gli imprenditori non vogliono perdere il controllo dell’azienda». Jerusalmi ci rivela verità inaspettate, non avevamo mai letto nulla di simile, niente che assomigli alla “propensione ai modelli proprietari chiusi“.

La conclusione, evitando di parlare di “internazionalizzazione” e della necessità di “fare sistema”, una volta constatato che “il salto numerico tentato attraverso la segmentazione che avrebbe dovuto rispondere alla frammentazione del tessuto industriale italiano non ha dato grandi risultati e forse questo è il segno che la Borsa non necessariamente è la risposta per le Pmi (ben arrivati!) va oltre ogni attesa. Infatti, “oltre alla Borsa ci sono anche molti altri strumenti come per esempio i fondi, i fondi specializzati, il private equity, il venture capital.” Se fosse una tesi, sarebbe una compilativa, nessun punto. Il guaio è che non è una tesi, sono le idee di Confindustria ed il frutto del dibattito presso il primo quotidiano economico italiano. Auguri.

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