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Banche Giulio Tremonti Relazioni di clientela

Quasi quasi mi compro una banca.

 

La notizia che Poste Italiane può comprare banche, così come previsto nel decreto “milleproroghe” non è appena un rigurgito di statalismo, come si potrebbe facilmente paventare, soprattutto alla luce di quanto ha mostrato finora di pensare il Ministro Tremonti.

Le possibili conseguenze dell’inserimento normativo, inatteso e sorprendente, circa la previsione di future acquisizioni in campo bancario e finanziario da parte di Poste Italiane, sono difficili da valutare. Certo l’idea è perfettamente coerente con la necessità di impiegare l’enorme massa di liquidità raccolta dal risparmio postale, destinata alla Cassa Depositi e Prestiti, che è, tuttavia, una non-banca. E, d’altra parte, se non dovesse decollare la Banca per il Sud, ecco pronto uno strumento, sia pure attraverso la mediazione di una holding pubblica, pronta a fare lo stesso, e magari non solo al Sud.

Una conseguenza, tuttavia, è abbastanza chiara e non può fare piacere alle banche italiane, strette fra problemi di liquidità e di tassi sempre troppo bassi. L’idea tremontiana riduce i passaggi fra risparmio e investimenti, attenuando i costi della doppia intermediazione che l’idea della Banca per il Sud portava come se come vizio originario ma, soprattutto, fa concorrenza alle banche in un settore, quello della raccolta, sul quale stanno già soffrendo, con una rete distributiva molto più capillare e prodotti spesso più competitivi. Il fattore tempo, tuttavia -almeno quello- lavora per le banche: se Poste Italiane è molto abile nella raccolta, non è tuttavia in grado di fare impieghi di qualità, né sarebbe autorizzata a farlo. E acquistare una banca ex-novo significa comunque armonizzare prassi, culture aziendali, missioni e strategie. Non è un buon motivo per dormire sonni tranquilli, ma per darsi da fare e ricominciare a fare, per davvero, la banca di relazione, questo sì. Buon lavoro.

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Banche Borsa IPO

Vorrei, ma non ce la posso fare.

Per la seconda volta nel giro di 3 anni, la Philogen s.p.a. di Siena, società attiva nel settore farmaceutico, ha fermato le macchine della quotazione ed ha revocato il collocamento.

La ragione dichiarata, indubbiamente validissima, risiede nel fatto che la Bayer Schering, principale cliente (pressoché unico, con il 94,5% del fatturato della società senese) ha risolto il contratto di fornitura, a quanto pare non avendo gradito l’evidenziazione, nel prospetto informativo, del marchio Bayer, a mo’ di lustrino o di medaglietta. Il Corriere della Sera non manca di sottolineare la pessima figura che avrebbero fatto Consob e Borsa Italiana se la risoluzione del contratto fosse intervenuta ad IPO ormai fatta e si chiede che management sia quello di un’impresa che non si rende conto che l’unico cliente sta evaporando.

Si potrebbe aggiungere che il management è in buona compagnia: quella di Banca Imi e di UBS, che hanno curato e coordinato il collocamento. Non c’era bisogno di aver fatto un Master per capire che il rischio di concentrazione del fatturato -pure correttamente evidenziato nel prospetto informativo- era elevatissimo. E che, anche senza la quotazione di Borsa, qualunque studente di Economia Applicata avrebbe sottolineato la situazione di un terzista, sia pure high-tech, tenuto in pugno dal principale cliente. Ma in tutta questa vicenda quelli che rischiavano meno erano i banchieri e, probabilmente, in finale avranno anche guadagnato. O forse sapevano tutto, sia i banchieri, sia il management: semplicemente, dal loro punto di vista, Philogen era perfetta per essere quotata e, soprattutto, era perfetta, per consentire che i soci senior facessero cassa. Peccato che i tedeschi…