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Banche Borsa

Superborse.

Superborse.

Marco Onado, a proposito di superborse, ci ricorda che “rinunciando sia al modello anglosassone della borsa come “club” gestito dagli utenti, sia a quello europeo-continentale della borsa pubblica, abbiamo creato delle società che agiscono soprattutto per la massimizzazione del loro profitto: abbiamo fatto uscire il genio della bottiglia e forse non è più possibile farlo rientrare. Dobbiamo però essere consapevoli che gli interessi degli azionisti non sono più così coincidenti con quelli delle imprese e degli investitori.” E, inoltre,  “la disciplina fondamentale, sia degli emittenti sia di tutela degli investitori rimane radicata a livello nazionale: si pensi solo alla sorveglianza giorno per giorno sulla regolarità degli scambi per monitorare eventuali fenomeni di manipolazione e insider trading. Non è allora opportuno ripensare anche al bilanciamento delle responsabilità fra società mercato e autorità pubbliche? La Consob ha posto più volte con forza il problema dell’ammissione al listino, ma ormai è tempo di un’analisi completa e critica.
Insomma, prima di festeggiare l’ennesima fusione, dovremmo riflettere sugli interessi veri in gioco: quelli degli emittenti di titoli e quelli degli investitori.

La fusione è stata sicuramente festeggiata dagli emittenti, che per bocca di Stefano Micossi, direttore generale di Assonime, ne salutano l’avvento perché, nella realtà, la Mifid anzichè incrementare la concorrenza, ha favorito le concentrazioni e dunque le fusioni portano economie di scala e di scopo. Parlare, come fa Micossi, di post-trading, oltre a certificare il fallimento della Mifid, significa ammettere che la privatizzazione della Borsa è stata un affare per le banche che l’hanno gestita, come di consueto con il braccino corto. Ascoltare gli emittenti che parlano di eccesso di de-regolamentazione fa un certo effetto, leggere che la Consob dovrebbe avere di nuovo l’ultima parola sulle quotazioni fa, per certi versi, sorridere. Più in generale, però, fa pensare che nessuno, sia la sempre più inutile commissione europea a livello continentale, sia la Consob stessa a livello nazionale, abbia la più pallida idea di cosa fare in chiave strategica e di progettualità. In assenza di idee, contano i denari, e quelli, a quanto pare, ci sono, al di là ed al di qua dell’Atlantico.

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Ritirata.

Ritirata.

Antonella Olivieri sul Sole 24 Ore di sabato esamina il caso Philogen, menzionando l’indagine in corso da parte di Consob sulla mancata quotazione della società farmaceutica toscana. Olivieri sottolinea, in partiolare, la non valutabilità della società -secondo Analisi mercati finanziari- in particolare per l’investitore retail, causa la volatilità dei risultati economici (il Mol positivo al 30 settembre 2010, in controtendenza rispetto al 2009, raggiunto grazie ai risparmi di costo), l’eccessiva dipendenza dall’unico cliente, l’incertezza sui tempi di realizzazione e commercializzazione dei prodotti.

Sembrerebbe, in altre parole, un caso da manuale di azienda che non andava portata in Borsa e che invece, per ben due volte, è stata ad un passo dalla quotazione. I dubbi sul ruolo delle banche, da una parte, e sulle reali intenzioni del gruppo di comando diventano sempre più grossi; a tacere delle perplessità sull’operazione, è difficile non chiedersi cosa sarebbe accaduto se Borsa Italiana-LSE fosse già maritata ai canadesi di Toronto. Quando si dice il timing