Né precari, né intoccabili.

Né precari, né intoccabili.

Il mercato del lavoro italiano presenta una forte accelerazione dell’utilizzo di forme di impiego a tempo determinato (non superiori per la verità alla media
europea, ma che presentano una dinamica particolarmente accentuata). Contro
questa situazione è stata messa in campo una serie di agitazioni e di proteste
per il superamento del “precariato”, che trascurano il fatto innegabile che l’azione riformistica faticosamente costruita dalla legge Biagi in poi e l’estensione
della cassa integrazione in deroga determinano un livello di disoccupazione inferiore, in Italia, alla media europea. Smantellare questo sistema che, pur con tutte le inevitabili contraddizioni, permette di reggere anche in una fase di crescita frenata sarebbe controproducente. La lettura moralistica dell’eccessiva
estensione dei contratti atipici viene anche da chi, come Luca Cordero di Montezemolo, non mosse un dito quando si combatteva per l’abolizione dell’articolo 18, una battaglia che se vinta avrebbe reso possibile licenziare e quindi assumere a tempo indeterminato senza le remore che ancora oggi rendono agli imprenditori ostica un’assunzione che sembra a vita. Ora lo stesso LCdM, assieme a esponenti “anomali” del Partito democratico come Pietro Ichino e Nicola Rossi (raggiunti ieri anche da Gianfranco Fini), rilancia l’ipotesi di riforma del mercato del lavoro basata sull’assunzione a tempo indeterminato congiunta al diritto di licenziare per ragioni economiche o produttive, con un salario minimo garantito come ammortizzatore universale per i lavoratori
licenziati. Naturalmente non è un intervento sulla legislazione del lavoro
che può produrre nuova occupazione, che dipende invece dalla crescita economica, che va stimolata con appositi interventi soprattutto fiscali. E’ altresì vero che, se si determinano condizioni per investimenti produttivi, risulta poi decisivo che si inneschino i meccanismi di flessibilità e di mobilità necessari a renderli rapidamente operanti. Con queste premesse, però, l’ipotesi di rendere effettivo il diritto al licenziamento per cause economiche o produttive va messa a tema e discussa perché rappresenterebbe una rivoluzione liberale del sistema delle relazioni industriali, permettendo alle imprese di adeguare il personale alle necessità produttive e ai lavoratori di non sentirsi limitati nella ricerca di opportunità più vantaggiose dal terrore di perdere “il posto”. Valutare i costi e i tempi di una riforma di questo genere, che accompagni e perfezioni quelle già in vigore, può ridurre l’area del lavoro atipico, che comunque va mantenuta, in modo che il contratto a tempo indeterminato, ma non a vita, possa affermarsi perché diventa più conveniente per le imprese e per i lavoratori. Se invece si pretende di realizzare un cambiamento repentino e radicale senza riconoscere il valore degli sforzi compiuti e il risultato discreto già ottenuto nella difesa dell’occupazione, si cade nel solito pregiudizio del tutto o niente. A una
considerazione non preventivamente ostile da parte della maggioranza, che ha
l’onere di garantire passaggi graduali ed effettivi, deve corrispondere un atteggiamento meno liquidatorio di chi propone riforme, se desidera migliorare la situazione e non limitarsi a denunciarla.

Il Foglio, Editoriale in terza pagina, 12 aprile 2011

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