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Il ritorno sull’investimento del capitale (reputazionale).

Il ritorno sull’investimento del capitale (reputazionale).

A quanto pare moralismo ed etica non sono ritenuti ingredienti decisivi di una proposta di affari avanzata da una banca d’investimento. In un survey di Bloomberg è emerso, infatti, che “investors will continue to put their money with capable institutions, regardless of their history or morality“. Non sarà John Maynard a buttare a mare l’esigenza di moralità emersa dal dopo crisi, né qua si intende, all’improvviso, diventare cinici o travestirsi da Ebenezer Scrooge. Ma la risposta, realistica e sincera, dell’intervistato, Christian Contino, 27 anni, che lavora come consulente per la gestione degli investimenti del Fondo delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Agricolo (non proprio una congrega di assatanati del profitto) mette la sordina a tanta finanza etica che dimentica, in finale, che gli strumenti del risparmio devono soddisfare le esigenze di datori e prenditori di fondi, non appena quelle di criteri di morale talvolta un po’ astratta.

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Piccolo è puntuale.

Piccolo è puntuale.

Il Sole 24 Ore del 10 maggio rileva che “a fine 2010 solo il 37,5% delle imprese italiane paga puntualmente. La quota risulta in calo di 13,3 punti percentuali rispetto al 2007, 12,1 rispetto al 2008 e 6,2 punti rispetto al 2009. La flessione è stata in parte assorbita dall’incremento della classe di ritardo più moderata “fino a 30 giorni” passata dal 40,7% del primo trimestre al 57% nei mesi finali dell’anno. Il 4,9% delle imprese ha poi saldato le fatture ai propri fornitori tra i 30 e i 90 giorni di ritardo. Per i ritardi gravi (oltre 90 giorni medi) si osserva invece un trend positivo: per tutto il 2010 si è continuata a registrare una riduzione delle imprese appartenenti a questa categoria (0,6% del totale nell’ultimo trimestre). Positivo, invece, l’andamento del primo trimestre 2011 che mostra una prevalenza di imprese che pagano con un ritardo moderato e inferiore ai 30 giorni medi (53,1%) e una percentuale in ripresa (41,9% contro il precedente 37,5%) di imprese che saldano regolarmente. Chi paga con un ritardo medio compreso fra i 30 e i 90 giorni oltre il termine su rappresenta una quota del 4,4%, mentre le imprese che fanno registrare un ritardo più grave (oltre 90 giorni medi) restano sostanzialmente stabili, intorno allo 0,6% del totale.

Sono le micro imprese, che rappresentano una componente rilevante del italiano tessuto economico nazionale, a mostrare una percentuale superiore alla media di transazioni commerciali saldate entro i termini pattuiti: il 47% contro il 35% delle piccole, il 22% delle medie e il 12% delle grandi realtà. Mentre registra ritardi fino a 30 giorni, il 48% delle piccolissime imprese, il 61% delle piccole, il 74% delle medie e l’82% delle grandi.”

Il commento di Marco Preti, amministratore delegato di Cribis D&B, ovvero della società che ha raccolto i dati, è tuttavia abbastanza sorprendente. «In questo scenario è essenziale che le imprese adottino un’efficace politica di risk management che, attraverso strumenti adeguati, consenta di individuare i segnali che vengono dal mercato e dalla propria clientela. Soprattutto è fondamentale riuscire ad intercettare quei cambiamenti di comportamento che possono consentire di intercettare per tempo i mutamenti nel proprio contesto competitivo. I comportamenti di pagamento sono proprio uno dei più importanti segnali dello stato di salute e dell’affidabilità delle proprie controparti. Unite alle informazioni commerciali tradizionali e ai dati interni, consentono di mantenere sotto controllo la capacità del proprio portafoglio clienti di generare ricavi, di intervenire tempestivamente con azioni di prevenzione e limitazione del rischio e, soprattutto, di fare previsioni dei propri flussi di cassa».

Dunque la soluzione starebbe nel risk management: ovviamente, per chi se lo può permettere, ovvero le grandi imprese, già pessime pagatrici, aiutate da qualche laureato rampante a pagare sempre più in ritardo. Le micro-imprese virtuose, che se utilizzassero modelli di risk management si brucerebbero l’utile per pagarseli, sono tuttavia virtuose a prescindere da essi. E allora? Forse crescere e diventare più grandi serve a diventare più scorretti?