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Questione educativa e sviluppo (de auctoritate).

Questione educativa e sviluppo (de auctoritate).


Un articolo di Luigi Zingales sul Sole 24 Ore di oggi pone in discussione la questione dell’educazione e dello sviluppo. Richiamandosi alla vicenda del Direttore del FMI, Dominique Strauss-Kahn e ad un contributo  del Rettore della Bocconi, prof.Guido Tabellini, Zingales pone al centro del suo intervento la questione educativa, affermando che “uno degli aspetti più interessanti nel crescere i propri figli in un Paese diverso da quello di origine consiste nello scoprire i diversi valori insegnati a scuola. La scuola non è solo luogo di apprendimento di nozioni, ma anche (insieme alla famiglia) il principale meccanismo con cui una società trasmette i suoi valori ai propri figli.

In Italia uno dei valori che mi fu instillato, tanto a scuola quanto in famiglia, fu l’obbedienza all’autorità. Anche quando l’autorità sbagliava (o io ritenevo che sbagliasse) andava obbedita. Sebbene nessuno dicesse mai che anche i soprusi dell’autorità dovevano essere accettati, questa ne era logica conseguenza in un sistema che scaricava interamente l’onere della prova sullo studente. Uno studente che chiedeva conto a un maestro o a un professore delle sue azioni doveva essere sicuro, oltre ogni limite, della giustezza delle proprie ragioni perché se si sbagliava era immediatamente bollato come arrogante e irriverente e, spesso, punito. Prima di sfidare l’autorità, dovevamo chiederci «ma sei proprio sicuro?». Questo eccesso di zelo si trasformava spesso in sudditanza. Negli Stati Uniti ai miei figli viene insegnato il diritto-dovere di stand up speak out, letteralmente di alzarsi in piedi e alzare la voce per segnalare possibili errori: non solo dei compagni di scuola, ma anche dei professori. Questo non significa insubordinazione, ma diritto di chiedere conto anche ai propri superiori delle loro azioni. Quando poi lo studente sbaglia a protestare, non viene punito, perché è un suo diritto chiedere conto delle azioni del suo superiore. Anzi, viene ringraziato per avere data un’opportunità al superiore di spiegare le proprie ragioni. Probabilmente questo valore deriva dal retaggio della storia americana. I coloni ebbero il coraggio di stand up ai sovrani inglesi e fondarono una nazione in cui nessuno era al disopra della legge. È la differenza tra chi si sente suddito (che viene da sottoposto) e chi si sente cittadino. Questo valore permea la società americana. Chiunque ha il diritto/dovere di denunciare qualsiasi sopruso, anche quando questo sopruso è fatto dall’uomo più potente della terra. È solo così che si può spiegare il Watergate. È solo così che si può spiegare come la denuncia di un’immigrata di colore possa, in poche ore, trascinare in carcere uno degli uomini più potenti della terra: il direttore del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn. (…) A leggere i giornali, non sarebbe la prima volta che Dominique Strauss-Kahn viene accusato di aver commesso violenza su una donna. In un’intervista televisiva una giornalista francese, Tristane Banon, avrebbe dichiarato di essere stata assalita da un politico francese socialista (poi identificato in Strauss-Kahn) nel 2002. Sua madre, una dirigente del Partito socialista, all’epoca l’avrebbe convinta a non sporgere denuncia contro un uomo vicino alla famiglia e alle sue idee politiche. Quindi anche in Francia la denuncia viene scoraggiata.
Queste differenze non hanno un impatto solo sulla tutela dei diritti individuali, ma anche sulla crescita economica. Nelle società evolute le norme civiche di comportamento servono a risolvere importanti problemi di coordinamento. Uno dei maggiori problemi di una società complessa è ridurre i problemi di “agenzia”, ovvero l’uso di un potere delegato a vantaggio del delegato e non del delegante. Il modo più efficiente per monitorare un agente è di farlo controllare dai suoi subordinati. Sono loro che meglio conoscono le sue azioni e le sue motivazioni. Per i subordinati, però, denunciare gli abusi del proprio capo è molto costoso. Il beneficio è un beneficio comune (la società gestita meglio), mentre il costo è personale (le possibili vendette del capo). Quando il beneficio è pubblico e il costo privato, abbiamo quello che in economia si chiama problema di free rider. In presenza di un problema di free rider la teoria economica ci dice che il mercato produce una quantità di monitoraggio sub ottimale. È per questo che norme civiche possono aiutare a risolvere queste inefficienze. Come l’educazione a non inquinare aiuta a ridurre l’inefficienza dovuta al fatto che il costo di non inquinare è privato mentre il beneficio è pubblico, così l’educazione a stand up aiuta a risolvere il problema di free rider nel monitoraggio. Non sorprendentemente, in un ricerca pubblicata di recente Guido Tabellini trova una correlazione tra valori insegnati e crescita economica. Le regioni d’Europa in cui il principio di obbedienza all’autorità è uno dei primi valori insegnati crescono meno. È giunto il momento che anche in Italia si insegni il diritto-dovere di stand up ai don Rodrigo.

Fin qui il prof.Zingales, il cui articolo mi è stato segnalato ieri mattina da uno studente per chiedermi se l’avessi letto e quale fosse il mio pensiero al riguardo. La questione educativa, che qualcuno ha definito emergenza educativa nel nostro Paese, riguarda ognuno di noi, perché quando educhiamo e siamo educati siamo parte di un processo di introduzione alla realtà. Secondo il prof.Zingales, in Italia, i valori che fanno parte del patrimonio insegnato dagli educatori, scuola e famiglia, non consentono una crescita adeguata. Non sono d’accordo su questa tesi. Vale la pena rifletterci e, intanto discutere, in attesa del prossimo post, che seguirà domani, con i riferimenti teorici e le evidenze empiriche dello studio del prof.Tabellini.

(segue)

Di johnmaynard

Associate professor of economics of financial intermediaries and stock exchange markets in Urbino University, Faculty of Economics
twitter@profBerti

2 risposte su “Questione educativa e sviluppo (de auctoritate).”

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