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Crisi finanziaria Giulio Tremonti PIL

Non agire non è un’opzione (più le rimanderemo, più diventeranno dolorose).

Non agire non è un’opzione (più le rimanderemo, più diventeranno dolorose).

Il worst case scenario per l’Italia, per ora, consente di prevedere soltanto una cosa: “Un soccorso delle proporzioni di quello greco, nel nostro caso, è insostenibile per l’Europa. Al massimo potrebbe arrivare una mano se un’asta dei titoli del debito andasse male. Ma se il paese non riuscisse a rifinanziarsi sul mercato, sicuramente non ci saranno un anno o due per discutere su eventuali soluzioni, come sta avvenendo in Grecia, prima di dover dichiarare default”. Attenzione, però. Spiega Bisin: “Il default arriva quando, a fronte di una spesa per interessi crescente, non c’è più nulla da tagliare o da tassare. Questo punto di rottura, in un paese come l’Italia che ha una vasta spesa pubblica e un ingente risparmio privato, è soprattutto politico e sociale. Il livello di guardia, cioè, dipende da quando la gente scenderà in piazza perché non accetterà le politiche di austerity. Il paradosso è che più le rimanderemo, più queste politiche diventeranno dolorose. Più aspetteremo prima di tagliare robustamente e strutturalmente la spesa pubblica, più dovremo farlo in fretta e quindi in modo poco ponderato. Invece, se lo facciamo presto e bene, otterremo un doppio risultato: mettere in sicurezza il paese e frenare l’aumento degli interessi”. Insomma: “In astratto, se nessuno fa nulla, prima o poi il debito esplode: ma uno scenario in cui nessuno fa nulla è improbabile, perché ci sono enormi pressioni dei mercati e delle istituzioni internazionali. Se non sarà questo governo – conclude – sarà il prossimo. Non agire non è un’opzione”.

Il Foglio, 13 luglio 2011

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Crisi finanziaria Ripresa

Differenze.

Differenze.

Per il Wall Street Journal sono cinque le differenze tra l’Italia e gli altri paesi europei che necessitano di un salvataggio. Primo: un aumento contenuto degli interessi sui bond italiani non inciderà in modo eccessivo sulle casse dello stato. Secondo: le tasse percepite dal governo italiano sono ancora superiori alla spesa pubblica (esclusi gli interessi sul debito). Terzo: le famiglie italiane sono meno indebitate di quelle europee. Quarto: solamente il 45 per cento dei bond italiani è nelle mani di investitori esteri. Quinto: le banche italiane sono rimaste perlopiù estranee alla crisi degli asset tossici che ha coinvolto molte altre banche europee.

Il Foglio, 13 luglio 2011

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Analisi finanziaria e di bilancio Imprese Indebitamento delle imprese Regno Unito

L’ottimismo è il profumo della vita 2.

L’ottimismo è il profumo della vita 2.

Giovanni Vegezzi, su Finanza e Mercati del 12 luglio, scrive di Unieuro, che “torna in positivo e non esclude nuove acquisizioni su un mercato, come quello italiano, che rimane alquanto frammentato. La società, fra i principali operatori in Italia nella grande distribuzione di elettronica di consumo, è controllata al 100% da Dixons Retail, multinazionale quotata a Londra che ha da poco diffuso i risultati dell’esercizio 2010-2011. «Nell’esercizio appena chiuso Unieuro ha raggiunto 4,7 milioni di Ebitda, si tratta il primo anno positivo dal 2007» ha spiegato a Il Sole 24 Ore l’amministratore delegato della società Mario Maiocchi. «È un risultato importante per noi, che raccoglie i frutti del piano di ristrutturazione iniziato con il 2007-08 quando l’Ebitda aveva fatto segnare un rosso di 66 milioni. Per ben due degli ultimi tre anni siamo stati la società che più ha contribuito a migliorare i conti del gruppo; solo quest’anno il nostro margine operativo lordo è migliorato di 12 milioni».

Per la cronaca, il piano di ristrutturazione ha comportato la chiusura di ben  40 negozi nel corso del 2008, negozi che hanno faticato a trovare collocazione presso gli altri grandi competitori del settore.

L’articolo prosegue con il racconto delle vicende della controllante Dixon’s, la cui performance viene spiegata in modo assai singolare.

Dixons ha invece chiuso l’anno con un risultato della gestione caratteristica di 133 milioni di sterline, anche se all’ultima riga del bilancio risultano perdite per 224 milioni. Si tratta di una voce, ha spiegato Maiocchi che è anche managing director Southern Europe del gruppo, determinata dalle normative contabili inglesi; la capogruppo ha dovuto infatti svalutare il valore di alcune partecipazioni a causa delle difficili condizioni di mercato che hanno portato in Spagna alla chiusura della catena PcCity.

Detta così, sembra quasi che le perdite le abbiano causate i troppo severi principi contabili applicati nel Regno Unito: principi che, difficilmente, avrebbero potuto trovare una diversa applicazione da noi. Forse è una questione di ottimismo, che come recita malamente il poeta, “è il profumo della vita”. Ma pensare, con questi risultati, e dopo avere chiuso 4o punti vendita tre anni fa (alcuni appena aperti), di procedere a nuove acquisizioni fa pensare al vecchio adagio per cui l’ottimista è un pessimista male informato.

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Crisi finanziaria

Voglio davvero continuare a stringere le mani di queste persone?

Voglio davvero continuare a stringere le mani di queste persone?

Warren Buffett, amministratore delegato di Berkshire Hathaway, noto anche come l’oracolo di Omaha, sostiene che “la situazione europea non è risolta… c’è ancora molto lavoro da fare. Quando ci sono diciassette paesi con la stessa valuta, e un rendimento dei bond diverso, la situazione non può considerarsi chiarita. E’ come se diciassette persone si tenessero per mano e un membro del gruppo decidesse di incamminarsi verso un precipizio e d’un tratto rimangono solo dodici persone a sostenerlo e allora tu inizi a chiederti – voglio davvero continuare a stringere le mani di queste persone?”.